Arte

Da Acerenza wiki.




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Cattedra Episcopale. Sec. XI. Ricostruzione grafica di Aurelio Lamiranda.


Indice

[modifica] Arti visive

[modifica] Aurelio Lamiranda



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Eccolo circondato da un gruppo di amici nel lontano 1977 in occasione di una manifestazione del Fecem, un’associazione che poi si trasformerà in cooperativa culturale "Acheruntia", da cui nascerà l’Associazione culturale "Acheruntia".

Parliamo di Aurelio Lamiranda che fu il nostro più illustre pittore. Canio Muscio nel presentare una sua mostra disegnava dell’autore questo profilo: uomo discreto, familiare, generoso, sereno. Pittore apprezzato ed ammirato dalla migliore critica d’arte riporta nelle sue opere i tratti salienti della sua personalità.

Egli come un artista puro, incontaminato, compie in ogni sua creazione, un atto d’amore che si sublima in un crescendo di sequenze di luminosità e di potenza, in una visione di sogno.

La sua arte va intesa come richiamo estetico ed etico all’antica saggezza lucana, come invito alla comunità regionale a non dimenticare le sue origini, la propria lucanità, ma soprattutto come monito, sprone a ripristinare e legittimare il nome di Lucania giacchè è vivo e vibrante nella coscienza, nella mente e nel cuore del popolo.

Abbiamo voluto riproporre il ricordo di questo nostro artista con le parole di un suo vecchio amico, Canio Muscio la nostra coscienza storica, uomo di grande cultura ma soprattutto caratterizzato, come fu Lamiranda del resto, da un incommensurabile amore per Acerenza.

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L'artista acheruntino ha sviluppato un intensa attività grafica a servizio di tutto il territorio regionale esponendo in tutte le gallerie presenti sul territorio. Questo disegno fu utilizzato su una cartolina invito per una mostra presso il Centro Studi Oraziani di Venosa.

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Questo disegno invece è stato utilizzato come cartolina illustrata negli anni 70 e diffuso nelle cartolerie di Potenza.

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Questa immagine è stata tratta da una foto del 1901, aricordo di un evento luttuoso avvenuto ad Acerenza che nella tradizione popolare è stato ricordato come "u d'sastr"

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Questo olio su tela esprime l'amore di Aurelio per l'ambiente di vita acheruntino, fatto di essenzialità e di autenticità. Una sedia dove riposare, un focolare dove riscaldarsi negli affetti familari, una giacca con il tasca il quotidiano; ecco il ritratto dell'acheruntino doc, questo vorrei dire è soprattutto il suo autoritratto.

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Il Lamiranda ha dipinto soprattutto scorci dei nostri paesi lucani. Il suo interesse prevalente è stato l'ambiente di vita, la riservatezza, il silenzio. Molto raramente compare la figura umana nelle sue tele. Egli ha dipinto l'anima, i tratti comportamenti dei suoi conterranei, la sua è una pittura di ispirazione antropologica.




[modifica] Acerenza ispira un pittore tedesco d'avanguardia: Wilhelm Büsing



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"Un artista tedesco,conosciuto a livello europeo,espone le sue tele, da poche settimane, presso il Centro Gala Riabilitazione Don Gnocchi. L’artista è Wilhelm Büsing,conosciuto come Willi e dopo le personali tenute in diverse capitali dei paesi europei, Parigi, Berlino, Barcellona, Colonia, Francoforte, ha deciso che Acerenza rappresenta il giusto luogo per la sua prima in Italia,.“Un luogo - precisa - dove risiede calma,accoglienza e silenzio”. Rappresentante, dopo Jasper Johns,dell’Espressionismo astratto, gode della stessa fama definito dai critici e docenti dell’arte moderna in Germania: “Punta dell’arte tedesca più conosciuta in Europa”. Le tele sono state dipinte in mezzo a noi lo scorso anno. Cosa ha potuto mai ispirarlo? Non sono tele a tema paesaggistico,ma racchiudono storie, probabilmente storie del nostro vivere lucano." (da un servizio giornalistico di Enza Saluzzi.)

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Le due tele si intitolano "La luce del mondo" e "Messaggio dalla Basilicata" Quest’ultima tela ha dato il nome all’esposizione.







[modifica] Giuliano Pellegrino




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Quello che ti colpiva di lui era una curiosità inesauribile, sempre impegnato a sperimentare nuove tecniche, nuovi materiali. Il risultato era sempre di grande impatto emotivo grazie ad una sensibilità estetica matura che gli derivava da un lungo tirocinio nella bottega del padre, affermato decoratore.

L’artigianato artistico in Acerenza ha avuto in Giuliano la fugura più rappresentativa, conosciuto ed apprezzato a livello regionale e nazionale. Lavorava nelle chiese negli appartamenti di maggiore prestigio.

Non ha mai organizzato mostre personali, ma solitamente invitato da amici partecipava volentieri a collettive di pittura e scultura ottenendo importanti riconoscimenti come il Premio Dante Alighieri a Roma nel 1977 ed il Premio Marco Aurelio sempre a Roma l’anno dopo. Nel 1978 fu invitato alla prima rassegna internazionale di pittura e scultura Trofeo David di Michelangelo.

La sua arte si radica in una profonda inquietudine interiore, nella profonda emozione del vissuto, nella struggente nostalgia per l’antica civlltà lucana che esaltava l’individuo immergendolo in una dimensione comunitaria ove sperimentava la fatica, la sofferenza, ma anche l’amore, la laboriosità ed il senso religioso della vita.


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[modifica] Margherita Ianniello




Diplomata al Liceo Artistico Sant’Orsola di Roma, si è dedicata con impegno all’insegnamento nella Scuola Media senza trascurare una forte inclinazione artistica che l’ha portata a coltivare numerose e diverse tecniche pittoriche (acquerello, olio, tempera), grafiche (disegno a china) e decorative (dal découpage alla foglia d’oro, dal trompe-l’oeil al finto intarsio su legno). Ha ideato e realizzato numerosissimi lavori, tra i quali sono senz’altro da ricordare: i disegni di particolari architettonici e scultorei della Cattedrale di Acerenza e del Castello di Lagopesole; le illustrazioni di un testo di narrativa per ragazzi; la serie di stemmi vescovili realizzati su legno ed esposti presso il Museo Diocesano di Acerenza.


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Trompe l'oeil - Decorazione di una porta.


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Fontana di San Marco. Trompe l'oeil - Decorazione di una porta.


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Maternità. Olio su tela.


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Mappamondo. Decorazione su sfera, tratta da una carta del '600.


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Natività. Decorazione su sfera.


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Stemma di Mons.Bartolomeo Prignano, Arcivescovo di Acerenza poi papa Urbano VI.


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Stemma di Mons. Ricchiuti, Arcivescovo di Acerenza.
L'artista ha realizzato, con la tecnica del finto intarsio su legno, gli stemmi di tutti i vescovi della Arcidiocesi di Acerenza. Il museo diocesano di arte sacra dedica a queste opere una sala detta Galleria degli stemmi.


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La valigia. Acrilico su noce.


[modifica] Amelia Monaco




Amelia ci invita a precorrere il suo viaggio nel mondo dell'irreale. Le atmosfere oniriche che attraversano i suoi quadri trasfigurano la realtà nel colore. In questo modo il confine tra naturalismo e realismo si perde sulla tela nell'incontro e nell'abbraccio di diversi cromatismi. Lo stemperarsi dei colori puri nelle tonalità dell'azzurro e del viola assorbe e modifica la realtà offrendola a molteplici interpretazioni senza cancellarla completamente. Il dato della realtà è,infatti, sempre tangibile ma sconfinato dalle categorie razionali dell'esistenza. I contorni delle montagne azzurrine si perdono nella linea sinuosa dei suoi paesaggi, così come il tema della natura morta viene "immortalato", "alterato" e adattato alle sue più sensibili e sottili emozioni. (Queste note critiche sono state prese dal cartoncino-invito della mostra "Sprazzi di colore" che ebbe luogo a Bari dal 5 aprile 2003 presso l'Associazione ALTAIR.)


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La Cattedrale


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Forme che ...


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Natura morta confusa.


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Palme.


[modifica] Antonio Pellegrino




In paese è conosciuto come un ragazzo per bene, aiuta il papà in una impresa edlilizia. Un bel giorno va in una galleria d'arte e ne rimane affascinato. Qualcuno gli regala una scatola di colori come ad incoraggiarlo a mettersi alla prova. Così avviene che la creatività di una sana giovinezza, la leggerezza di un animo semplice, dispieganoo le ali della passione per la natura e dello stupore per la vita e si levanoo in volo producendo immagini di grande suggestione e bellezza. Con disarmante umiltà Antonio si stupisce di se stesso, delle sue opere e degli apprezzamenti che raccoglie in una sua prima personale nell'agosto 2007 ad Acerenza e a Brienza nel maggio 2008. E' un fiore che sboccia in tutta la sua lussureggiante bellezza e che promette frutti di maturità ancora imprevedibili ma che non potranno mancare.


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Angelo


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Amore


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Autunno


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Coccio


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Mare


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Natura


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Universo


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Viaggio


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Personale di Pittura, Acerenza 2007


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Personale di Pittura, Brienza 2008





[modifica] Antonio e Mario Saluzzi

Antonio e Mario Saluzzi, due giovani intraprendenti che amano sperimentare nuove possibilità creative, hanno aperto in via Umberto I una laboratorio artigianale ed un suggestivo spazio espositivo.

Si tratta di figli d'arte, che devono molto alla passione ed alla creatività del papà Canio, che da cinquant'anni lavora nel settore della decorazione e pitturazione. Poi accade che Antonio scopre Olita fonditore di campane del 1800 e ne resta ammaliato, coinvolgendo il fratello Mario nella spermentazione del bassorilievo e della fusione in bronzo.

Trascorrono circa cinque anni di studio,ricerca e sperimentazione, i fratelli Saluzzi scoprono una fonderia a Bari presso la quale fanno le loro prime esperienze. Il proprietario della Fonderia, invitato dai fralelli Saluzzi, è venuto ad Acerenza ed è rimasto stregato dal capolavoro di Olita, la campana di San Canio. Fondere una campana -ha detto - è una grande impresa, fondere una campana istoriata da bassorilievi di così grande perfezione è un capolavoro. Michele Ranieri fonditore di Bari viene ormai spessissimo ad Acerenza a trascorrere i suoi fine settimana trasmettendo così ai Saluzzi l'arte della fusione e della scultura in Bronzo.

Ora il sogno dei fratelli Saluzzi è fondere il bronzo ad Acerenza, e il Maestro Ranieri che ha, sotto il profilo artistico, adottato i Saluzzi ha deciso di trasmettere ad essi il proprio patrimonio di esperienza e la sua passione per il bronzo.


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Una replica della Campana di San Canio fusa da Olita nel 1854. Si notino i fregi in basso rilievo raffiguranti San canio, Cristo risorto, lo stemma dell'Arcivescovo Di Macco e in bassissimo rilievo le stazioni della Via Crucis. Supporto in legno rilievi in gesso.



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Cattedrale, Scultura in bronzo.



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Moneta in Bronzo raffigurante l'arcivescovo Arnaldo, e sul retro la Cattedrale



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Giuliano l'Apostata, scultura in gesso.



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Calco dell'Assunta, bassorilievo presente sulla campana di San Canio.



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La nonnna, scultura funebre in bronzo.



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Cristo benedicente, scultura in bronzo.



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Cristo morto, altorilievo in gesso.

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Matrix.

[modifica] Mostre

[modifica] Xantos

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[modifica] Recensione di Antonio Masini

Antonio Masini nasce a Calvello (Potenza) nel 1933. Compie gli studi classici e subito dopo frequenta lo studio di Domenico Spinosa dell’Accademia di BB.AA. di Napoli. Nel 1960 si laurea in giurisprudenza. Nello stesso anno partecipa alla Mostra Nazionale di Pittura "1º Centenario della Rivoluzione Lucana" e gli viene assegnato il primo premio. Dario Micacchi scrive che "Masini è pittore della realtà di rara forza visionaria. Una realtà di violenza che già mostra evidente la propria decadenza, il dissolvimento degli oggetti tecnologici. Il presente è già archeologia". Dalla metà degli anni sessanta ad oggi ha tenuto rassegne personali in tutte le principali città italiane, in Francia, USA, Svizzera, Belgio, Australia e Germania, Malta.


Viaggio nel deserto di Xantos

Se un giorno ti accorgi di esserti smarrito, lascia ogni cosa e va nel deserto. Lì, dietro ad ogni sperone di roccia , troverai te stesso. Qualche anno fa sono stato nel Deserto dell’Atacama , nel nord del Cile , nel regno dei geoglifi. Da un lato l’Oceano Pacifico con le splendide città di Iquique, Arica ed Antofagasta, e dall’altra la Cordigliera delle Ande. Talvolta qui la landa si veste di fiori ed è “desierto florido” . In quei giorni era arido. Ero con amici e certamente non eravamo alla ricerca di noi stessi. Partiamo da Iquique lasciando il mare ed i leoni marini della Cavancha, santuario anche di pellicani, cormorani e mille altri uccelli , e ci inerpichiamo verso il Cerro della Esmeralda, da cui ha inizio l’immenso altopiano dell’Atacama. Lasciamo sulla destra la Cola del Dragon, la Coda del Dragone, una grande duna di sabbia impalpabile ,come quelle del Sahara. In poco tempo il fuoristrada di Canio Sciaraffia ci porta in pieno deserto. Prima incontriamo Santa Laura ed Hamberstone , con i resti di case abbandonate delle antiche miniere di salnitro, le Salitrere , e poi andiamo verso la grande carretera che va a collegarsi con la Panamericana , che attraversa dal nord a sud le tre Americhe. Rocce scure ,bruciate dal sole, un cielo terso, poi all’improvviso un mulinello di sabbia che sale verso il cielo.” E’ un remolino “, dice Susana, la moglie di Canio . Ci rifiatiamo con un tè alla coca, che vi assicuro, non ebbe alcun effetto allucinogeno. Siamo alla ricerca di Parka, un pueblito che si nasconde chissà dove. Ci accorgiamo di aver smarrito la strada finendo sul ciglio di un burrone strettissimo , che fa da spartiacque tra due profonde forre. Sulla parete di sinistra un gruppo di cactus e qualche uccello che spicca traettorie di voli tra una pianta e l’altra. Ci fermiamo. Ai miei piedi altri rari segni di vita: un cardo , eringium blu , come lo chiamava il mio amico Leonardo Sinisgalli , e sotto di esso una lagartija anch’essa blu, una lucertola dell’Atacama. Non trovammo Parka, ma fu lo stesso una esperienza indimenticabile.


In questi giorni ho visitato un altro deserto, quello di Xantos, un luogo immaginario , poetico , dove Nello Ertico coltiva il giardino delle idee e va in cerca delle sue radici, dove soprattutto dialoga con se stesso Gli fanno da guida i profeti Mosè ed Isaia ,Cristo delle tentazioni ed i santi anacoreti che abitavano tra rocce ,anfratti e laure nell’oceano di sabbia , di pietre e di anfratti della Libia e dell’Egitto. Tutte guide insostituibili che lo aiutano a superare lo spavento per il mistero e l’incamminano verso la Rivelazione. Xantos è un percorso dell’anima! Per fare questo Ertico usa la macchina fotografica che diventa mezzo di indagine, compagna di passeggiate nelle ristoppie sulle colline che si adagiano sonnacchiose in quella terra di confine che si stende a perdita d’occhio tra Genzano, Irsina e Gravina. Ai confini con la Puglia le colline si sgranano, si spaccano in dirupi calcarei che danno origine a quella lunga gravina che talvolta si interra e poi riappare , per trovare infine la sua anima mistica nelle chiese rupestri di Matera. Nonostante le lacerazioni del tempo , dopo un millennio , le immagini sacre dalla penombra continuano a lanciare messaggi , di speranza per chi crede , di pura bellezza per i laici, con il linguaggio dei segni e del colore. Il nostro fotografo , conscio di non avere mezzi per scendere nella profondità fisica della terra , si attarda a guardarla ,ad analizzarne la pelle , i fili d’erba , le sedimentazioni dell’uomo e, se ne ha genio , aggiunge qualcosa di suo come un crocifisso adagiato nei solchi o tra le spighe, una meridiana antichissima , un angelo di pietra oppure un medaglione smozzicato di vetro con l’immagine nera di una contadina morta chissà quando. Talvolta la ricerca si spinge verso Craco, il paese fantasma che conserva ancora le occhiaie spente delle case abbandonate. In una foto il fosso della frana si apre e dà spazio ad una fetta di cielo. Anche i paesi dei morti hanno diritto ad un fazzoletto di cielo! Altre volte la macchina fotografica si sposta e punta verso i calanchi del Camastra che si adagiano alla collina di querce , poco più a valle della Diga, prima che il fiume si immetta nel Basento. L’obiettivo punta diritto verso le lastre di arenaria che ogni inverno la frana fa scivolare nei solchi dei calanchi cretacei. Grani di marcassite occhieggiano nelle sfoglie di rocce. Nello le rompe e tira fuori rosari di metallo che danno riflessi gialli come se fossero d’oro. E qui Nello gioisce perché l’oro gli appartiene , ma non perché è un alto funzionario bancario, no, perché l’oro è il suo colore. L’oro è il colore di questo affascinante deserto. Le immagini, fresche e vive in tutti i soggetti , si colorano del prezioso metallo e richiamano alla mente le campiture luminose delle aureole dei santi delle icone bizantine.

Ma c’è ancora un altro deserto, quello di Mario Ciola, che però non usa il giallo a piene mani né il rosso , che sono insiti nel significato della parola greca “Xantos”. Un uso parco il suo, mitigato costantemente dal bianco. Autodidatta , Ciola ha innato il senso classico della misura. Ci siamo incontrati due volte e non l’ho mai visto assumere un atteggiamento deciso. E’ sempre interlocutorio e misurato. Il giallo gli serve per dipingere , anzi accennare al sole, che è una costante nella sua pittura. Il suo sole però non ha i bagliori accecanti di quello della battaglia di Giosuè e del Carro di Apollo , di Oraziana memoria . Mi domando che giallo userebbe se dovesse rappresentare il Roveto Ardente! Nel complesso quello di Ciola è un sole laico e distaccato , come laico ma poetico , il suo approccio al tema dello Xantos. Anche lui è affascinato dal deserto, tanto affascinato da averne quasi paura , per cui se ne sta ai margini , lo circonda di siepi che talvolta si aprono in piccoli varchi . La sua è una visione morbida della realtà che assume i toni pacati di un idilliaco hortus conclusus. Se noi accostiamo tutte insieme le sue tele vi leggiamo un unico grande paesaggio, presentato con minime differenze e sfaccettature. Se Ertico ama le ristoppie secche delle colline , colte nella violenza cromatica della calura estiva, Ciola predilige, quasi accarezza, le foglie tenere ed umide della primavera. Ovviamente i colori dominanti sono il verde dei cespugli, il celeste dei cieli , combinati con i bianchi delle nuvole e dei ciottoli, che si disseminano a perdita d’occhio nei viottoli e nei cordoni che sorreggono le basse siepi. Una linea di orizzonte segna quasi sempre i suoi paesaggi . Questo filo separa il visibile dall’invisibile , il reale dall’immaginario. Al di qua la grande natura morta del tempo , al di là l’infinito misterioso ed enigmatico dell’eterno.
Antonio Masini


[modifica] Recensione di Donato Di Stasi

Donato Di Stasi, intellettuale e letterato, nativo di Genzano di Lucania, svolge la sua attività di Dirigente Scolastico e di collaboratore presso la Cattedra di Didattica Generale della Università di Viterbo; è inoltre poeta sperimentale, saggista e critico: recenti i suoi studi su Amelia Rosselli, Dario bellezza e Alberto Savinio.


Xantos, ovvero i capelli di guerra di Menelao

Introibo. Tra lastroni gelidi di eroi morti affiorano massicci blocchi di ghiaccio alla deriva, portati con violenza a cozzare l’uno contro l’altro, senza possibilità per i naufraghi del postmoderno di gettare uno sguardo qualsiasi in profondità . Fuor di metafora, ci sono toccati in sorte tempi assai superficiali, nei quali i fili sotterranei della riflessione sono stati recisi a bella posta per consegnarci un’umanità catatonica, senza memoria e senza identità. Ecco allora due artisti che irrompono nel vuoto e con i loro segni, fotografico e pittorico, scavano a fondo nella banalità per restituire alla Natura la dignità di una morte tragica e porre ontologicamente i fondamenti di una sua rinascita, come in ogni rito di vegetazione che si rispetti. All’epoca del Mercato Globale, due artisti della remota provincia imperiale di Lucania tornano a occuparsi di un ordine morale antico: nella loro grammatica dell’immagine ridefiniscono la forza evocativa del paesaggio, secondo una dimensione autenticamente interiore, personale, meditata. Si tratta di due artisti civili per la passione sociale che li anima, eversivi per il rifiuto di presentare le solite cartoline oleografiche sul bel mondo andato, che invece era – lo sappiamo storicamente- un porco mondo di malaria, di vessazioni secolari, di fame nera come le bare che si portavano via le vite sconsacrate dei cafoni al camposanto. Mario Ciola, pictor optimus, e Aniello Ertico, dagherrotipista di vaglia, dentro un labirinto visibile e invisibile di venti e fiati, ritraggono la vita naturale, smaniosa e fuggiasca, padrona degli odori: riscrivono la storia sacra e la storia popolare, enumerano gli strati archetipici, aggiuntisi l’uno all’altro nel corso dei secoli; vogliono scandalizzare con l’innocenza scomparsa, con le favole e le leggende auree che non si ascoltano più. Xanthòs propriamente significa giallo, ma alle parole greche pertiene la polisemanticità, in ragione della quale può voler dire anche viola, o rosso come i capelli dell’atride Menelao, omericamente in lotta con la città di Troia per riavere la sposa, Elena; Xanthòs era il cavallo di Achille, e si possono richiamare mille altre indicazioni, non cambia tuttavia la suggestione legata a questo bellissimo termine, che allude ai terrori della guerra e alla sacralità che accompagnava ogni azione umana. Il progetto Xantos muove le sue immagini tra le vie esposte a tramontana, tra ruderi e pietraie infreddolite, confine estremo di una terra scarnificata dal dolore, sofferenza riscattata nel tentativo di penetrare il mistero di luoghi, resi ancora più reali dal loro decadimento. Chi è il deus absconditus che dissimula se stesso e si occulta sotto lo spettro dell’oggettività della rappresentazione fotografica e pittorica? Che cosa si agita sotto la pelle della realtà: rimpianto del fervore delle campagne e dei pilastri più saldi e stabili dell’arcaico universo contadino? Otto tele e ventiquattro fotografie, falciando frazioni di senso e toccando il grado più alto della comprensione con furiosi fili cromatici e prospettive liriche, provano a dare una risposta.

Alle divine spiagge della luce. Mario Ciola è un pittore lucreziano, capace di scandire con i colori una potente weltanschauung: pietre, vegetazione e cielo vengono delineati con tratti veementi e poco rassicuranti, ci si trova infatti gettati nei colori, negli interstizi fra visione e visionarietà, sia che palpitino neri dannati, bianchi acidi, rossi corrosivi, sia che acquietino blu metafisici e verdi rigeneranti. Nelle pietre, in particolare, si scopre una materialità sottotemporale, un sottosuolo della coscienza che preme con la sua immediatezza precategoriale, quasi si percepisse il desiderio di risalire alla vita per mezzo di vibrazioni e variazioni cromatiche. C’è ancora da vedere, da scoprire e rivelare, anche in un paesaggio di pietraie e arbusti iridescenti, secchi e spinosi: c’è da riproporre il paesaggio, non come luogo dove tutt’al più ci si ritrova, piuttosto come dimora (oikos), finalizzando i motivi di una ritrovata moralità, secondo l’ethos della condivisione e dell’accettazione dell’Altro da sé , che inizia proprio da quella Natura massacrata, così com’è sotto gli occhi di tutti. In queste otto tele l’Autore riassetta una convinta simbolicità dell’immagine, riferendosi non a simboli vuoti, autoreferenziali, maschere del nulla, quanto a una simbologia piena, che risale all’ancestralità più remota, quando gli uomini si stendevano per terra e aderivano al suolo, abbracciando e baciando la Grande Madre nutrice e protettrice. Attraverso ascendenze postimpressioniste franco-olandesi e divisioniste italiane, Mario Ciola elabora un suo metodo di scomposizione dell’unità oggettuale nelle dinamiche cromatico-quantitative: la dynamis di questa pittura risulta kantianamente dalla traduzione di concetti in una concreta immaginazione spaziale, nella quale si intravedono le estenuanti tempeste dello spirito; tuttavia non si tratta di inquietudini personali (la moda odierna), vomitate a mo’ di chaise longue freudiana, piuttosto l’osservatore è colpito dalla rappresentazione del dolore infinito del tempo che urla nel paesaggio. La pittura centrifuga di Mario Ciola svelle pezzi di realtà e li proietta nel visibile, in un gesto liberatorio e fortemente comunicativo, così accetta di sentirsi solo e sperduto nelle campagne disabitate, per ripartire da zero e ritrovare una traccia primigenia, elementare, storicamente significativa. Il divenire della figurazione tiene avvinto l’essere delle cose, impedendo che precipiti verso altre ombre e altre rovine che non siano il nichilismo trionfante: in queste tele tutto è ritmo per scoprire il linguaggio segreto delle pietre e della vegetazione, simulacri di una dimenticata fisicità, corrispondenze fra il fenomenico spaventoso e il noumenico che (ahimé) è sceso a nascondersi in un irraggiungibile Averno. Le tele offrono un ritmo epico e narrativo che, in apparenza unico e monotono, slarga verso un’insospettata polifonia di accenti: la campitura tonale oscilla da un pieno ossessivo a un vuoto informe e privo di struttura, richiamo alla materia inarticolata sottesa ai mutamenti delle forme e ai processi metamorfici in generale. La materialità dello spazio è resa prevalentemente nello spettro dei colori freddi (blu, viola, verde), come se ci trovassimo in una festa campestre senza nessuno: strutturate per contrasti, per accentuazione delle opposizioni questi scorci lucani risaltano senza l’ausilio di linee marcate, perché tutto è estratto direttamente dalla luce e modellato per volumi plastici; per sapere quale sia la verità di questa pittura lo spettatore deve lasciarsi afferrare dalle masse instabili di colore, dalla luminosità indefinita e fulminea, dalla riaffermazione di una nuova conformità dello sguardo umano e della realtà. Poco importa che Mario Ciola intenda con angoscia o con ebbrezza panica spingersi nella propria e altrui interiorità, è importante invece che sappia allontanarsi con cognizione di pensiero dai continenti del risibile senso comune. Mi piace pensare che queste otto tele possano configurare il modello di una riemersa anima collettiva.

Il teatro dello specchio. Nei suoi diari Andy Warhol (1928-1987) giunge a sostenere che il suo ideale sarebbe che chiunque possa appropriarsi dei mezzi seriali (la macchina fotografica, p.es.), perché l’arte come forma della creatività è un bluff, né può esistere in un universo egemonizzato dalla riproducibilità tecnica: in sostanza tutti artisti, nessuno artista, anche perché il nuovo ideale di bellezza implicava totale distacco, disprezzo per l’opera prodotta, cancellazione di qualsiasi differenza fra l’artista e la realtà. A questa prospettiva puramente documentaristica si oppone Aniello Ertico, regista di un suo teatro di immagini eloquenti, artefatte (angeli nelle stoppie, crocifissi sulla roccia), assemblate per provocare riflessioni, per tornare a dialogare con la dimensione extraurbana, ridotta a reperto d’antan, senza vita. Il dagherrotipista ricava le immagini una dall’altra, così la verità giunge da un oltre del pensiero, diventa carta, forma, colore, si mescola al tempo dell’attesa e della durata, oggi che accelerazione parossistica e oblio sono diventati fisicamente intollerabili: la fissità della postura che la tecnica fotografica impone viene superata da un lavoro preparatorio minuzioso, attento a cogliere i minimi cambiamenti della luce, il segreto del movimento rimasto imprigionato nelle pietre e nelle reliquie del passato. Il fine di questo Autore è la rinascita di fronte alla degradazione, la felicità di agire contro l’angoscia del subire passivamente gli eventi: fotografare, depositare le esperienze di viaggio, tenere il conto della vita passata e di quella che dovrà ancora passare in queste terre a meridione di Cristo, sono le necessità che muovono queste ventiquattro icone. La macchina fotografica - a saperla usare- ha un occhio lungo e profondo per scorticare, leggere e interpretare le superfici; non è un caso che i luoghi ritratti acquistano nuova vi(s)ta, risultando ampliati, complessi, avvolgenti, in quanto ci interrogano riguardo a ciò che oggi non riesce più a diventare stabile e duraturo. Aniello Ertico cerca di togliere alle rovine naturali e ai ruderi contadini quella maschera di inesistenza a cui li condanna il nostro terribile conformismo sociale: questi frammenti di paesaggio scorrono e si ricompongono in un continuum , civile e sacro, in cui tutte le cose convergono verso una nuova fondazione del rapporto storia-mondo. Xantos si propone come un teatro dello specchio nel quale i corpi dell’invocazione e della preghiera prendono figura e trasmutano, disponendosi dentro composizioni fortemente immaginative, memoriali, velatamente inconsce. Sulla scena si presentano argille lunari, calanchi, forre, paesi aggrappati al cielo, rovine crocifisse dall’inclemenza del tempo e finalmente risorte nella luce: se Aniello Ertico eccede in qualche caso in enfasi rappresentativa (troppi effetti, chioserebbe un purista), ciò non toglie nulla ai contrastanti sentimenti, per lo più rabbia e malinconia, che si provano di fronte al documento di una civiltà vigliaccamente assassinata. In greco bello è orion, che vuole dire a quell’ora, in quel preciso momento, lo stesso nel quale l’Autore è riuscito a catturare strazianti frammenti di verità.

Exeunt. Speriamo che i visitatori di Xantos non siano ombre e sguardi fuggevoli, ma occhi lunghi e serbatoi di sogni.


Stiepovich, 2 agosto 2008 Donato di Stasi


[modifica] Musica

[modifica] Corale Polifonica Acerenza Città Cattedrale

La Corale Polifonica “Acerenza Città Cattedrale” nasce nel 1994 grazie all’impegno ed alla volotà di due persone: il Maestro Pasquale Menchise e il Parroco Don Mario Festa che hanno voluto dare un servizio liturgico importante alla Basilica Cattedrale ed offrire un punto di riferimento per il servizio liturgico nell’intera diocesi.

In tredici anni di attività la Corale ha avuto modo di farsi conoscere in luoghi ed occasioni importanti: ha animato due messe per Rai Uno ed una per Rete Quattro; ha contribuito a dare solennità alla concelebrazioni presiedute nella Cattedrale dall’Arcivescovo Mons. Scandiffio prima e da Mons. Ricchiuti poi. Ha inoltre avuto modo di animare la liturgia presieduta da vescovi come Mons. Cuccarese, Appignanesi, Tamburrino; cardinali come Martini, Merchiorre, Poletto, De Giorgi, Giordano, Tonini. La corale ha animato la liturgia in Santuari come Loreto, San Giovanni Rotondo, Montevergine, Madonna delle Lagrime a Siracusa, San Gerardo Maiella, Casamari, Pompei; ha cantato nelle Basiliche romane dei SS. Apostoli, di San Giovanni in Laterano, San Giacomo, in quest’ultima è stata registrata una messa scritta dal Maestro Pasquale Menchise e trasmessa da Radio Vaticana.

La corale ha inoltre organizzato concerti di grande successo, ha partecipato a rassegne esterne, annualmente organizza, nella Cattedrale di Acerenza, l’incontro di tutte le corali della Diocesi. Uno dei tanti momenti più esaltanti della sua attività è stato il gemellaggio con il coro “Die Stimolanten” di Berlino che è venuto ad Acerenza nel maggio del 2006 ed ha invitato a Berlino la nostra corale nell’agosto dello stesso anno.

La Corale Polifonica “Acerenza Città Cattedrale” è costituita da trenta coristi ed è gestita da un Consiglio Direttivo che per il biennio 2007-2008 è così costituito: Caterina Pomponio (Presidente), Antonietta Chiummiento, Isa Famularo, Alfredo Cancellara e Nicola Venosa.

Nel nostro futuro ci sono iniziative di formazione per i coristi e incontri di studio rivolti prevalentemente ai giovani per favorire la conoscenza della musica e la pratica del canto corale. Vogliamo incontrarci ancora con le altre corali della diocesi e promuovere gemellaggi con cori nazionali ed esteri.

Desideriamo crescere nel canto, nello spirito di fraternità e, perchè no? anche nel numero.

Volete essere dei nostri?

[modifica] Banda Città di Acerenza

Questo testo è di Carlo Nazzaro, giornalista, scrittore, figlio di un magistrato, che da bambino trascorse qualche anno ad Acerenza e frequentò le scuole elementari da noi. Siamo ai primi del ‘900. Ecco come ci racconta la organizzazione della prima banda cittadina.


Un giorno arrivò ad Acerenza un maestro di musica, un settentrionale, giovane, con due occhi lucidi e irrequieti. Doveva mettere su una banda. Il silenzio che sovrastava una invisibile cappa il paese, era improvvisamente rotto non appena i cantadini tornavano dai campi. Lasciata la zappa e il tridente, una quarantina di giovani dalle mani già storte e nodose, dalla pelle arsa, dalle labbra strette per lo sforzo degli utensili campestri, s’attaccavano a oboi e clarinetti, a cornette e sassofoni. (O Santo Canio Mio, quando fenesce!) diceva Filomena di Intorcia che aveva ben due musicanti in casa. Santo Canio era il protettore di Acerenza che dominava l’ingresso del paese in un solenne busto di bronzo. Alla fine venne il grande giorno. Per la festa del Patrono la banda usciva in piazza. Quaranta lavoratori della terra vestivano come ammiragli, i calzoni con le bande dorate che si accollavano sulle scarpe, le feluche tenute su chi sa come, attaccarono dietro la processione. Il maestro forestiero, più che segnare il tempo, faceva gesti furenti per ottenere da quei petti una più discreta emissione di fiato, da quelle braccia più attenuati rulli di tamburo. Fu un delirio. (Se impareranno la Marcia Reale e l’Inno di Garibaldi - disse il sindaco - batteremo anche le bande delle puglie). Un mese dopo, sotto la statua di Santo Canio, gli Acheruntini eseguirono la Marcia Rale e l’Inno di Garibaldi.


Grazie al contributo di Tony abbiamo scoperto che già nel 1879 avevamo una banda e questa era la sua divisa.

[modifica] Pig Floyd

I Pig Floyd sono un tributo tutto acheruntino alla mitica rock band inglese. Spinto da una grande passione per il sound e la poetica dei grandi Pink, il gruppo viene alla luce nel 2005 ed inizia a farsi presto strada prorompendo in varie piazze e concorsi della Basilicata, aggiudicandosi, tra gli altri riconoscimenti, il primo premio (categoria cover band) alla prima edizione del concorso musicale "Tolve live" (2005). Da quella data il gruppo godra' di una risonanza sempre maggiore in Basilicata (grazie anche ai numerosi articoli apparsi sulla stampa regionale) ed i loro spettacoli risulteranno sempre piu' perfezionati ed arricchiti, nel segno di una intramontabile passione Floydiana. La maturazione del gruppo è in perenne evoluzione nella ricerca dei risultati sonori, scenografici, performativi, per evocare al meglio lo spirito di quei brani che hanno fatto la storia della musica contemporanea.


Ecco le variazioni della formazione fino ad oggi:

Rocco Saracino-Voce; Saverio Orlando-Chitarra S/R; Giuseppe La Gala-Batteria; Antonio Cillis-Basso; Mario Caruso-Chitarra R/S.

Rocco Saracino-Voce; Saverio Orlando-Chitarra S/R; Giuseppe La Gala-Batteria; Antonio Cillis-Basso; Mario Caruso-Chitarra R/S; Canio Giordano-Chitarra/Voce, effetti audio.

Rocco Saracino-Voce; Saverio Orlando-Chitarra S/R; Giuseppe La Gala-Batteria; Piero Saracino-Basso; Mario Caruso-Chitarra R/S; Canio Giordano-Chitarra/Voce, effetti audio.

Rocco Saracino-Voce; Saverio Orlando-Chitarra S/R; Giuseppe La Gala-Batteria; Piero Saracino-Basso; Canio Giordano-Chitarra/Voce, effetti audio; Dina Lopez Voce/Tastiere.

[modifica] Teatro