Canio Muscio

Da Acerenza wiki.

L'autore basandosi sull'assunto che la costruzione della SS. Trinità di Venosa è certamente legata alla volontà di autocelebrazione dei conquistatori dell'Italia meridionale, ritie- ne infondata l'ipotesi che la chiesa venosi- na sia sorta quando ormai gli interessi nor- manni erano completamente concentrati sulla Sicilia, e il Vulture (con Melfi) non aveva più alcun ruolo nella geografia p.oli- tica dello Stato normannoll. Lo studioso acheruntino, Canio Muscio, nell'intento di fornire elementi concreti di carattere stori- co e archeologico atti a provare che la chiesa di Acerenza è «un genere d'arte precursore di quella incompiuta di Veno- sa» riferisce di un interessante scoperta ef- fettuata durante i lavori di restauro esegui- ti nel Duomo di Acerenza nel 1953, quan- do accadde che, liberati i muri dalle so- vrastrutture ottocentesche, la pietra tufa- cea risultò, fino a metà dell'altezza, anne- rita e inaridita al punto da sfaldarsi ai col- pi di martello. Tale circostanza, a parere di C. Muscio, conferma non solo la notizia dello incendio che divampato nel 1090 in- terrompe i lavori da poco intrapresi ma anche la maggiore antichità della cattedra- le di Acerenza rispetto alla chiesa di Veno- sa. Nei lavori di rifacimento della pavi- mentazione e dell'ingresso alla Cappella Ferrillo, il Muscio nota, inoltre, che i pi- lastri della navata centrale si differenziano per la diversità della fattura dei blocchi da quelli di una chiesa più antica ma poggia- no su basi costruite nel 108012. A. Rusco- ni, infine, per dimostrare, nella scia di Muscio, l'esistenza di una chiesa più anti- ca sulla quale sorse poi il Duomo norman- no di Acerenza, richiama l'attenzione sulle quattro colonnine di marmo, liscie nella parte superiore e scanalate nella parte infe- riore che adornano le tre absidi. L' esecu- zione a tutto tondo di tali colonnine e il fatto che siano composte di più elementi marmorei non solo denota una destinazio- ne originaria, a parere di A. Rusconi, di- versa da quella attuale ma prova anche l'u- tilizzazione di materiali di spoglio. L' ar- cheologo ritiene che queste parti di colon- nine derivino da un ciborio longobardo ap- partenente alla chiesa antecedente a quella di Arnaldo e fondata nel 799 ad opera del vescovo Leone II per accogliervi le reli- quie di San Canio, patrono della diocesi, ivi traslate da Atellal3. Dall'esame degli studi sinora effettuati sui due edifici di Venosa e di Acerenza emergono due precisi orientamenti d'inda- gine. Per un verso, la maggior parte degli storici dell' arte al fine di individuare ri- scontri puntuali nelle architetture romani- che francesi tendono a separare, attraverso la forza tura di un' analisi artificiosa a poste- riori i dati essénziali dell' edilizia. Dall' al- tra, alcuni archeologi applicano nello stu- dio delle due fabbriche normanne lucane il criterio d'indagine funzionale. I due crite- ri, quello tipologico e quello funzionale, seguiti rispettivamente dai formalisti e dagli archeologi, possono rivelarsi per talu- ne ricerche affatto validi. Ma una ricerca che si pone come obiettivo la risoluzione dell'origine della realtà storica delle due cattedrali lucane, deve a,mio avviso neces- sariamente valersi di un criterio d'indagine che sia il.risultato degli elementi caratte- ristici propri degli altri due. Chi scrive, in- fatti, pur convinto che la forma è bellezza e che come tale basta a se stessa e non ha bisogno d'altro per essere individuata e valutata, ritiene, però, anche che la bellez- za ha una sua storia che va letta e rico- struita, appunto, nei connotati materiali della forma architettonica che la esprime e quindi nelle dimensioni dell'edificio, nei materiali adoperati, nel grado di tecnologia che in esso appare, nella ricerca di even- tuali influenze e infine nella funzionalità dell' edificio.

NUSTALGÉIË

Quànn lu sól s n càl, pènz
Còrr sóbt a lu lùch addù so nnàt’,
Vulèss tnè r scédd p’vulà
P’dà n’cchiàt all’Ac’rènz.

Putè turnà n’àta vót criatóur’,
Scènn lest lest lu Murrótt,
Arruà a li S’déil’ p’vdè l’aimar’
E p’ssènd candà li m’t’tóur’.

Cundnuà féin’ a Mambrdócc’,
passà nnànd a lu Calvarië,
grétt a li chiàn d la Matalén’
p’sciucà cóm’nu tìmb cu li cumbagnócc’.

Turnà a vdè d Sand’Andónië lu f’st’ggiamènd,
lu màsc’ cu tanda rrobba p’nzlón’,
l’abbuffàt’ d li f’latìll
e la muéin’ e r r’sàt’ d la ggènd.

Quanda nguàcchië mbàcc a li purtóun’!
Quanda prét’ mnàt’ a li p’ccióun’!
Quanda làstr rótt a r finistr!
Quanda, quanda mbrupèrië d’ r’ p’rsóun’!

“I propt scapstràt’ stu uangìdd
Fósc’ cóm’ na saiètt,
mo lu véid qua e mo dà,
cunnìnd s’arràmbc sùp’li móur’ e li cangìdd!”.

Ma tótt r criatóur’, s’adda p’nzà,
so sèmb tanda mbc’llòtt,
non z pònn cangià,
nzóltn’, acciumèndn’ senz’abbadà.

S’ dvènd grànn e sèmb chiù v’cchiarìdd,
che peccàt! Lu timb pàss indannìnd,
e quànn s’ lundàn sóul’ cu lu p’nzìr’
t’ vèn’n’ ngàp’ st cós’ e vid’ lu paisìdd.


E’ una composizione che si specifica in note senza alcuna pretesa scaturite da un profondo moto dell’anima che la lontananza dal paese natio alimenta ed acuisce: note che, per tale spontaneità, non osservano tecnica di versificazione.

(da: Silloge di voci dialettali acheruntine – Ed. Ermes – 1995 – di Canio Muscio)

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