Caterina Caramuta

Da Acerenza wiki.

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Le donne di Acerenza si sono rese protagoniste di imprese mitiche che hanno spesso interessato le cronache nazionali. In Wiki nella sezione giornalismo potrete trovare alcuni eventi esemplari in questo senso.

Caterina Caramuta, vissuta nella prima metà del novecento, era una donna acheruntina di modesta condizione economica ma dotata di grande energia fisica e morale, si caratterizzava per un elevata capacità di interpretare le situazioni sociali, di uno spiccato senso di ironia e di un forte impegno di partecipazione civile.

Era figlia di un massaro, quindi potenzialmente benestante, ma ebbe la disgrazia di perdere il marito giovanissima e si trovò d’improvviso il carico della famiglia con tre figli da sfamare e la campagna da portare avanti. Caterina non scrisse a Mussolini o alla Regina Elena come molti acheruntini fecero in quel tempo sperando in un aiuto. Aiuto che anche quando fosse arrivato non avrebbe potuto risolvere il suo problema. Indossò i pantaloni, si mise a cavallo del suo asino si recò nei campi a lavorare. Ogni mattina partiva per i campi di buon ora ritornando la sera spesso digiuna perchè i briganti per strada le avevano rubato il pane che solitamente portava nella bisaccia.

Nessuna esperienza per quanto amara la scoraggiava. Per evitare che le rubassero il pane ella pensò di legare sul basto dell’asino una accetta come dissuasore in caso di cattivi incontri ed invece del pane cominciò a portare la focaccia che però non mise nella bisaccia ma sotto il basto dell’asino, così aveva anche il vantaggio di trovarla sempre calda. E quando alcuni male intenzionati si avvicinavano all’asino, vista l’accetta nelle mani di Caterina si limitavano a chiedere a mò di saluto “Hai v’st i br’ant” e lei “Sì” rispodeva roteando l’accetta “So sciout da dà” e quelli fingendosi galantomini se ne andavano sulle improbabili tracce dei briganti.


Gli altri contadini rimasero affascinati dal coraggio e dalla determinazione di Caterina Caramuta e quando sentivano ragliare il suo asino le si facevano incontre e le offrivano uova, frutta, perchè potesse sfamare i figli. Caterina però non si è mai ripiegata sulla sua situazione si interessava di politica ed era una antifascista viscerale. Soleva dire: “Muss’lein cumanna, u re accussent, u papa ubb’disc e u popl soffre. Crist mei quann … adda f’rnesc.”

I gerarchi locali spesso la rimproveravano per questa sua avversione contro il governo e lei replicava: “U munn i’ cadout mman a li fess. Se r’ corn fosser frasc l’Aggerenz sarei nu vosc”. Bisogna precisare il termine cornuto non veniva dato ai poveri mariti di mogli infedeli ma a quanti tradivano la sacralità dell’amicizia o i bisogni della povera gente.

Durante la guerra il governo requisiva il grano dei contadini colpendo così due volte la popolazione, allontanava gli uomini validi dalle famiglie per mandarli a morire sui campi di battaglia e toglieva il grano alle donne, agli anziani ed ai bambini che rimanevano in casa, Così Caterina girò il paese con un campanacco da mucca chiamando la povera gente alla rivoltàorganizzò una rivolta. Intervennero i carabinieri che costatata la determinazione dei rivoltosi spianarono le loro carabine e spararono ad altezza d’uomo, o meglio ad altezza di donne giacchè gli uomini erano impegnati altrove a difendere la patria. Fu così che una giovane ragazza di 24 anni rimase uccisa sotto l’orologio ed un proiettile sparato a bruciapelo arse lo sbuffo della manica del corpetto di Caterina.

Caterina per lo spavento non riuscì a fuggire, così fu caricata su un camion insieme ad altre e portata nel Carcere di Potenza. Qui un secondino invaghito dalle belle forme della contadina prigioniera cominciò spavaldamente a corteggiarla. Caterina fece finta di assecondarlo e promise di offrirsi a lui a patto che riuscisse, bendato a trovare l’anello d’oro che ella avrebbe buttato in fondo alla tinozza. Le detenute avevano in cella una tinozza con un pò di terra per i loro bisogni corporali. Il secondino la fece pulire, ci mise della sabbia fresca e quando vide Caterina buttare l’anello nella tina si fece bendare. Nel frattempo una detenuta d’intesa con Caterina defecò nella tinozza dove il secondino affondò le mani a viso bendato per cercare l’anello.

A quel punto Caterina prese a deriderlo: “M’hai ditt ca sì u cumandant ma tin la faccia lorda de carvunella, tu s’ carvunar no cumandant”. Il malcapitato portò le mani alla faccia sporcadosi il viso in maniera indecente. Quindi si tolse la benda e resosi conto della beffa mise Caterina in cella di isolamento a pane ed acqua per diversi giorni fin a quando non venne l’ordine di scarcerazione per le rivoltose di Acerenza.

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