D'Andria
Da Acerenza wiki.
CONVEGNO SU MICHELE D'ANDRIA
La fortunata serie di “Incontri con l’autore”, inaugurata nell’anno 2001 dalla biblioteca civico-scolastica, ha avuto un seguito nel corso dell’estate 2002, con l’omaggio reso dallo scrittore Michele D’Andria.
La serata dedicata a Michele D’Andria è nata dal desiderio di promuovere e diffondere la conoscenza di personalità di grande interesse per la storia umana e culturale della nostra comunità.
Allargare la conoscenza di figure significative, cui Acerenza ha dato i natali, significa approfondire la conoscenza della nostra cultura, senza però cadere in un provincialismo di maniera; tutt’altro! Accostarci ai testi e al pensiero di questi autori, con intenti celebrativi, ma anche con un atteggiamento critico, significa dare un contributo alla valorizzazione della cultura locale.
CHI È MICHELE D’ANDRIA?
Un nome che evoca passato, una sfumata leggenda storica, una vita radicata qui, i cui tralci si sono allungati in spazi lontani, perché il fato ha voluto così……….. E la sua terra, non sa quanto i suoi frutti siano dolci di sentimento, pregni di intensità culturale, fertili come semi di genesi acheruntina.
L’attività letteraria di Michele D’Andria spazia dalla poesia alla prosa, e, in particolare nel campo dell’esegesi dantesca; egli ha pubblicato numerosi saggi che hanno interessato anche all’estero studiosi di Dante. Citiamo un nome fra tutti: André Pèzard, al quale D’Andria ha dedicato la sua opera: BEATRICE SIMBOLO DELLA POESIA CON DANTE DALLA TERRA DI DIO. Il suo ultimo lavoro in prosa s’intitola: STORIA DEL NOME ITALIA E DELLA LUCANIA, TERRA DI LUCE, SUA CULLA. Si tratta di uno studio riguardante le origini del nome Italia, unitamente a notizie storiche relativa all’antica regione dei Lucani che di tal nome fu fulgida culla. In copertina si legge una nota del chiaro timbro patriottico: LIBRO DEDICATO AGLI ITALIANI AFFINCHÉ TUTTI SI TROVINO UNITI NEL NOME ITALIA (…). Sue poesie sono raccolte sotto il titolo “I canti di ascendismo, neologismo coniato dall’autore per esprimere una professione di fede che gli fa intravedere cieli senza fine allargando il mondo non avrà più per l’uomo scansione di tempo. Alla storia dell’uomo s’innesta, in una simbiosi di ombre e di luci, la natura con le sue stagioni e i suoi accadimenti, ma anche in queste condizioni la natura ultima,l cui l’uomo deve tendere con tutte le sue forze, è Dio, senza il quale non vi è salvezza.
La lucanità di D’Andria risuona in tutta la sua autenticità nella raccolta “I canti della Lucania”. Memorie d’infanzia, il ricordo nostalgico della mai obliata terra natia, imponente nell’aspetto e austera nei costumi, echi letterari intrisi di umana partecipazione sono la fonte di ispirazione di questi versi densi di un sentimento che non fa nulla di etereo, bensì rivive attraverso immagini, suoni, colori di una concretezza quasi tangibile.
PER UNA RIFONDAZIONE DELL'IDENTITA' LUCANA.
Non ho mai conosciuto personalmente Michele D’Andria, ho sempre apprezzato la valenza educativa dei suoi scritti ed il suo amore per la natia Acerenza.
In una lettera che, nel settembre del 1987, ebbe la cortesia di indirizzare a me definiva affettuosamente gli acheruntini come “il suo popolo”.
“Michele Scuotri, oltre che mio figlio, questa mattina mi ha riferito i particolari della cerimonia di consegna di una targa , da parte dell’Amm.ne Comunale di Acerenza, a taluni concittadini che continuano ad amare intensamente il proprio paese di nascita. Sono venuto così a conoscenza d’aver lei avuto l’amabilità di parlare di me, ricordandomi con belle parole al mio popolo, pur nella pluridecennale lontananza da esso. Mi scuso per non indicare il suo nome e cognome, non avendone cognizione.”
Né potè citare il mio nome quando, circa 12 anni prima scriveva una appassionata lettera alla mia classe. Avendo studiato “L’ora del monte Vulture” gli alunni vollero fare una intervista epistolare all’autore e toccarono una corda sensibilissima del suo cuore poeta. La sua risposta fu inserita nella tuttora inedita antologia acheruntina curata dalla scuola elementare.
Mi sento onorato di essere nell’ombra uno dei “pini di Porta Pinciana (che) bisbigliano tra loro i versi tuoi e il sole ti illumina lontano”. ( Un poeta al caffè, da I Canti dell’Ascendismo.)
Il nostro autore meriterebbe come acuto critico di Dante un posto di rilievo nella bibliografia nazionale, e come storico uno spazio importante nella storiografia lucana e acheruntina. Il problema è che da noi si cura poco la cultura locale, alcuni la ritengono subcultura affetta da campanilismo provinciale, o addirittura espressione del familismo amorale, etichetta infame con la quale Banfield umiliò ed offese la sensibilità e la cultura lucana negli anni cinquanta.
La cultura è l’anima di una comunità. Questa affermazione può apparire insensata se non si riconosce a ciascuna comunità il diritto ad una propria cultura. Un popolo senza una propria anima non ha identità, non vive, non ha un progetto, né può avere un futuro. In quanto educatore mi sento impegnato ad “animare culturalmente” i giovani lucani per renderli capaci di futuro, perché sappiano darsi un progetto di vita nell’ambito delle complesse problematiche del mezzogiorno di Italia.
Impegnato in questo compito complesso e delicato avvertivo il bisogno di cercare, in quanto educatore, le radici profonde della cultura e dell’anima lucana. Mi ha molto aiutato lo studio dell’opera di Michele D’Andria, la sua profonda passione per la poesia e per il mito, passione di cui trasudano tutte le sue opere di ricerca storica.
Lungo il letto del Bradano, dell’Agri, del Sinni, egli trova le tracce degli antichi miti ed in queste radici profonde e tuttora vitali egli individua i DNA della cultura e della identità lucana.
Ma l’intuizione del nostro autore va molto oltre nella teoria e nei canti dell’Ascendismo, Qui Michele D’Andria esprime tutta la fecondità del suo pensiero che si fa progetto per le future generazioni. Egli sintetizza in maniera mirabile l’amore, la creatività, la fede, come timone naturalmente orientato verso l’alto, laddove invece l’economia, il mercato, la sfrenata tensione al successo, sono una pesante zavorra che per legge di inerzia trascina verso il basso.
“Minerva spira e conducemi Apollo” (Dante, Paradiso, II,19). La metafora dell’astronauta sotto la suggestione dell’impresa dell’Apollo 11 che scende sulla luna, indica con chiarezza la rivoluzione copernicana proposta dal nostro autore. Non l’amore razionalizzato e sterilizzato dalla scienza, come volevano i positivisti, salverà l’uomo moderno ma la scienza orientata dall’amore. In altri termini oggi l’uomo ha bisogno di un supplemento di anima per tenere sotto controllo la strapotere della tecnologia. Questa suggestione del nostro autore ci sembra particolarmente attuale dopo l’11 settembre.
Donato Pepe.