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MEDIO EVO



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Rinverdita una vecchia tesi sull'origine del toponimo di Basilicata

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno - Giovedì 25 gennaio 1979 / pag.3

Da un'antica basilica venne la denominazione di Basilicata? E' quella di Acerenza, eretta alla fine dell'XI secolo; vi furono translate le spoglie di San Canione L'espressione, equivalente a «(Terra della Basilica», divenne di uso comune a partire dai Normanni

Gli studi di Giacomo Racioppi sull'origine del toponimo con cui si indica l'attuale Basilicata escludono che esso derivi dal nome dell'imperatore Basilio II o da quello del suo catapano Basilio Bojano venuto in Italia nel 1010 per reprimere la rivolta scoppiata nei paesi pugliesi. Nella "Storia della denominazione di Basilicata" il Racioppi ritiene che la nuova denominazione, "sorta nell'uso del popolo quando esisteva e governava la regione il Magistrato del Basilikòs", divenne di "uso co- mune" verso la metà del XII secolo. Nella ripartizione delle circoscrizioni amministrative del Regno di Sicilia i Normanni, infatti, indicano con questa denominazione quel Giustizierato il cui territorio corrisponde, in linea di massima, a quello dell'attuale regione indicata con il toponimo di Basilicata e non certo a quello dell'antica Lucania. Inclusa con il Brutium, a seguito della riforma augustea, nella III regione, l'antica Lucania si estendeva dal Tirreno allo Jonio con limiti terrestri che, specie a nord, sono facilmente ricostruibili. A nord-est, dalla foce del Sele, il confine seguiva il basso corso del fiume dirigendosi poi a nord includendovi Eburum e raggiungendo Contia. Passando a sud del Vulture, il confine toccava Bantia oltre la quale era l'Apulia e, piegando verso sud-est, raggiungeva il Bradano che seguiva fino al mare. Il confine meridionale seguiva il corso del Grati, risaliva in parte l'Esaro e raggiungeva il Tirreno a Cirella, a sud del Lao. Diversi i suoi confini dopo la ristrutturazione costantiniana: privata dell'agro metapontino annesso alla Calabria, ossia a quella re. aione che verrà intesa successivamente come Terra d'Otranto, e del territorio del Busento aggregato al Brutium, la nuova Lucania, che ha perduto la costa jonica, si estende ora oltre il Sele nel territorio dei Picentini sino a Salerno. Immutati i suoi confini anche sotto i Goti, soltanto dopo la presenza longobarda a Benevento, il territorio della Lucania subisce nuove modifiche. Privata della fascia costiera tra il Sele e la punta della Licosa rimasta ai bizantini, la Lucania con la roccaforte di Acerenza viene assegnata al ducato di Benevento. Successivamente, coinvolta nelle lotte per la successione al ducato, nell'845, con il Capitolare di Radechi, la Lucania, privata del gastaldato di Acerenza rimasto al ducato di Benevento che conserva tutta la regione del Vulture, viene assegnata al principato di Salerno i cui confini, corrispondenti approssimativamente a quelli della III regione augustea, si estenderanno successivamente oltre il Bradano quando il principato di Salerno sottrarrà ai longobardi di Benevento anche il gastaldato di Acerenza. I contrasti tra i signori longobardi, le incursioni saracene e la ripresa bizantina in Italia meridionale rendono sempre meno stabile l'autorità dei principi longobardi i quali accettano il titolo di patrizi che consente loro di rimanere, rappresentanti dell'imperatore bizantino, nelle città dove avevano governato come duchi e come principi. Soltanto verso la metà del sec. X i longobardi riescono a sottrarsi alla tutela bizantina e a riprendere i loro antichi territori: rioccupate Lauria e Marsico, il principe di Salerno si spinge verso il Lao e, lungo il Sinni e l'Agri verso la costa jonica e verso la valle del Bradano senza raggiungere, però, Matera che rimane ai Bizantini. n territorio dell'antica Lucania si identifica ora con il Principato di Salerno e la zona dell'alta valle dell'Agri viene indicata come provincia di Marsico. Nel secolo successivo, dopo la conquista normanna, soppressi i vecchi gastaldati longobardi e le vecchie circoscrizioni bizantine, l'intero territorio dello Stato viene suddiviso in Giustizierati. Aggregata Matera al Giustizierato di Terra d'Otranto, da cui sarà distaccata nel 1663 per divenire capoluogo della Basilicata, i paesi della circoscrizione monastica del Merkurion che dal Lao si spingeva a nord verso Potenza e ad est, lungo la valle del Sinni, verso la costa jonica e dal Raparo nella media valle dell'Agri e il territorio tra i vecchi ducati longobardi e la Puglia greca che aveva fatto parte del gastaldato di Acerenza, costituiscono ora, con la nuova denominazione di Basilicata, una circoscrizione autonoma e distinta dalle altre del Mezzogiorno d'Italia ed i suoi abitanti vengono intesi come "basilicatesi", "Basilischi" o "lucani". Questo di Basilicata è tra i toponimi dei nuovi Giustizierati normanni che persistono nel tempo e non subiscono variazioni: apparso sin dal XII secolo, accettato dai Normanni, mantenuto dagli Svevi, dagli Angioini a dagli Aragonesi, il toponimo "Basilicata" è mantenuto ancora nella suddivisione delle provincie meridionali attuata dagli Spagnoli e dai Borboni e in quella delle regioni del Regno d'Italia e ora nella Costituzione della Repubblica italiana. Sull'origine di questo toponimo è una tesi secondo cui, quasi a significare l'asprezza dei luoghi, esso deriverebbe dal «basilisco», il leggendario animale che, secondo le credenze medievali, "dà la morte con lo sguardo". Ma questa tesi non è mai stata accettata, cosi come non è più accettata quella che farebbe derivare il toponimo dall'imperatore Basilio II o dal suo catapano Basilio Bojano. Secondo il Racioppi, seguito unanimemente non soltanto dalla storiografia lucana, questo toponimo starebbe a significare «Terra del Basilikòs». Potrebbe anche, e forse più correttamente, significare «Terra del Re» o «Terra Reale», a meno che non si voglia accettare una vecchia tesi che, ignorata dal Racioppi e da tutti coloro che dopo di lui hanno scritto sull'origine del nome, a noi sembra la più esatta. Alla fine dell'XI secolo Arnoldo, arcivescovo di Acerenza, traslò nella sua chiesa il corpo di san Canione in onore del quale edificò una nuova chiesa "che è la maestosa Basilica che si ammira presentemente in Acerenza scrisse alla fine del Settecento Alessandro de Meo nei suoi "Annali".

Alcuni - scrisse ancora il de Meo rifacendosi ad antichi analisti - ritennero che "da questa Basilica venuto sia il nome di Basilicata a quella regione che diceasi da antichi tempi Lucania". Non già quindi "Terra del basilisco", "Terra di Basilico", "Terra del Basilico", nè "Terra del Re" o "Terra Reale", ma "Terra della Basilica" il territorio soggetto alla giurisdizione della Basilica eretta in Acerenza dall'arcivescovo Arnoldo e che dal Bradano si estende a sud sino ai confini del Giustizierato di Val di Grati e Terra Giordana e ad ovest sino ai territori delle chiese suffragranee dell'arcivescovo di Salerno.

Entrato rapidamente nell'uso comune per indicare una circoscrizione ecclesiastica, questo toponimo sarebbe stato adottato dai sovrani normanni per indicare il Giustizierato che comprendeva, oltre il territorio su cui aveva giurisdizione l'arcivescovo di Acerenza, anche il territorio della circoscrizione monastica del Merkurion a nord del Lao ed i paesi della zona del Vulture a sud dell'Ofanto comprendenti, tra i tanti casali sparsi intorno al Vulture, anche santa Maria di Pierno, Vitalba, Melfi e Forenza.

E' una ipotesi questa su cui si richiama l'attenzione di chi continua ancora a chiedersi quale sia l'origine del toponimo con cui si indica la Basilicata.

Tommaso Pedio




Rocco Sileo di Pietro Colletta


Era in Acerenza, città della Basilicata, un tal Rocco Sileo, bello e grande della persona, ma, per vecchiezza curvo e bianco, padre di figli e figliole, con poca fortuna ed onesta fama. Dei figli il primo, d'indole rea e malvagia, cominciò da giovinezza a commetter delitti, e l'amoroso padre, stando ancora in piedi le udienze e gli scrivani, ne redimeva la reità per denaro. Ma quando quegli continuo al male, ritornava alle colpe, quanto l'altro sollecito e costante, lo difendeva, disperdendo il patrimonio della famiglia. Per grave misfatto, commesso l'anno 1809, il tribunale della provincia lo condannò a morte, da eseguirsi in Acerenza, innanzi alla propria casa. Ma la condanna restò sospesa dal ricorson in Cassazione; ed il padre, dopo aver profuso cure e danaro, lasciò in Napoli un più giovane figliò con l'incarico di avvertirlo celerissimamente della sentenza. Questa fu contraria: ,il figliuolo in gran fretta, giunse apportatore della fatale condanna, ma il padre gli comandò di tenerla segreta anche in famiglia. II condannato fu portato nel carcere di Acerenza per essere colà afforcato. Il giorno seguente, il vecchio ottenne per danaro dal custode di desinare col figlio. Mangiarono, padre e figlio, in silenzio. Finito il desinare, il padre parlò in questi sensi: "Figliuol mio, il tribunale di Cassazione ha rigettato il nostro ricorso,.la condanna è confermata; fra poche ore sarà nota quell'estrema sentenza, e tu,dimani avrai tessato di vivere. In qual modo? infamemehte; per mano del carnefice; ed in qual luogo? qui in patria, innanzi alla nostra casa. Il patrimonio,. ch'era mio e della famiglia, tutto è stato distrutto in tua difesa; la piccola vigna, ch'io piantai, è stata venduta un mese fa. Se alla nostra povertà tu vuoi aggiungere infamia, troppo male, o mio figlio, avrai arrecato ai tuoi vecchi genitori, a duefratelli, a tre sorelle, al nome, alla discendenza. Non vi ha che un mezzo, morir prima, morir oggi. Se hai pietà della famiglia e di me, prendi, questo è "un veleno - cavò di tasca,una carta ravvolta -, bevilo. Se l'animo ti mancai io partirò male- . dicendoti; se beverai, le mie benedizioni accompagneranno il tuo spirito". A queste ultime parole, qualche lagrima comparve agli occhi del padre e impietrì; e il figlio, che inorridito ascoltava, prese la carta, senza dir motto, di mano del padre, versò il veleno nel bicchiere, baciò la destra al venerando vecchio, e, fissamente guardandolo, beveva. Mentre l'altro, levato in piedi, e, per inusitato vigore, scomparsa la curvità della ,persona, alzato il braccio in atto patriarcale, tre volte disegnando la croce, lo benedisse. E subito partì; il figlio mori in breve ora. Si seppe nel giorno istesso la condanna, il desinare, il veleno, la morte. Fu messo in carcere, accusato di parricidio, il vecchio padre, che nulla tacque dei fatti. Il tribunale lo condannò a morte, la Cassazione pendeva incerta fra la legge e la coscienza, perchè pericolo alla giustizia era la scusa del misfatto, ma la condanna offendeva la virtù, l'onore e la pubblica ammirazione per la stupenda intrapidezza paterna. In quel dubbio, interrogato il governo, rispose che i fatti si coprissero col silenzio non bisognando autorità di legge per caso singolare, primo insin allora, e che forse non avrà secondo. Rocco Sileo, tornato in libertà, visse povero, afflitto ed onoratissimo.

Adattamento dalla Soria del Reame di Napoli, libro VII, capo XL.

Pietro Colletta

DOCUMENTI SUL BRIGANTAGGIO

Memoria del Comandante della Guardia Nazionale di Acerenza

L'anno 1861 il giorno 13 aprile in Acerenza


Noi Canio Giuseppe Vosa Capitano, ed in unione di molti di questa Guardia Nazionale abbiamo proceduto all'arresto di Giuseppe Smaldone Tavernaro, Giuseppe Antonio Cripazzi ex Gendarme di Palazzo, e Michele Bochicchio, si facemmo consegna al Sindaco di questo Municipio da cui era emanato l'ordine dell'arresto stesso. Non veniva poi arrestato un anziano Restaino ed altri pertubatori della pubblica tranquillità perchè all'apparire della forza in più punti si misero in fuga, Ora con l'uffizio della sopradetta autorità del Sindaco consegnamo i sopradetti al potere giuduziario con le armi tolte a medesimi, cioè uno spiedo ammolato di recente acuminato con tagli a quattro angoli, preso allo Smaldone, due fucili carichi, una baionetta, e con cartocci presi al Cripazzi; essendo il fucile e cartocci presi in casa del Bochicchio rimasta nel Quartiere appartenente a quest'ultimo alla guardia nazionale rilevando insieme che i primi avvisi della inominciata reazione vennero a noi Capitano dal Canio Do Francesco Amatiello, e da Giuseppe Cardillo e poscia dalla gente, o meglio abitanti lugo il fossato, e la piazza di sera cioè Amatiello disse che egli unitamente agli alunni, eragli a famigli del Seminario aveva inteso nel contiguo castello e dalla soprapposta torre veniva un vociferare di molta gente, quindi al segnale di aLlarme una grossa fucilata seguita dalle voci - Viva Francesco 2 - Abbasso V.E. -L'altro ... Cardillo disse che il tavernaro Giuseppe Smaldone ... percorreva dalla strada Fossato alla piazza armato di spiedo gridando, ed invitando il popolo ad armarsi di qualsiasi arma avessero, anche di 0000 , spiedi coltelli, rongole, scure, ed altro perchè 0000 la bandiera bianca avrebbe percorso le vie del paese portata da Do Canio La Gala, onde molta gente erasi ammutinatao A tale notizia datasi subito partecipazione al municipio ne vennero gli ordini disperdersi la folla e sciogliersi gli ammutinamenti, arrestandosi ogni pertubatore, e spargitori di voci allarmanti come pregiudicato in persona dello Smaldone, il quale in vista della forza si nascose con lo spiedo nella mano nella bottega del ferraro Angelo di Vito, ove stava il discepolo di costui a nome Canio Saluzzi di Paolo, dopo fu arrestato Cripazzi e Bochicchio, mentre altri se la dietero a gambe, e la gente cominciò a disperdersi alla minaccia della Guardia talchè pervenuta la nuova degli arresti à caporioni che avevano... diversi punti del paese radunata altra gente, ... defilarono, si accovacciavano in case particolari, e in luoghi reconditi. .. Lo Smaldone intanto tradotto nella Cancelleria Comunale innanzi al Sindaco, al Cancelliere, a noi ed alla Guardia ivi presente confessò dè fatti, nè seppe nascondere la sua ,anzi venne a nominare altre persone ancora, e tra queste il Cripazzi, il Bochicchio, ed il Restaino. Siamo venuti indi a sapere che dalla fermezza del Municipio, dal coraggio mostrato dalla Guardia Nazionale, del tempo nebbioso e piovoso e da altri incidenti ne risultò il ritorno dell'ordine, la salvezza del paese, il quale...reazionaria sarebbesi gettato nel detto giorno dodici aprile tra gli orrori della Guerra Civile, e del saccheggio, essendovi il fermo proposito di rovesciare il Governo costituito con stragi ed uccisioni di liberali fatti segno dall'ira plebea. Dal che ne abbiamo redatto il presente verbale sottoscritto da noi Capitano per gli usi di legge.- Il Capitano della G. Nazionale Canio Giuseppe Vosa




Arresto di Giuseppe Antonio Cripazzi ex Gendarme, di Giuseppe Smaldone Tavernaro e di Michele Bochicchio Barilaro.




Signori Ieri verso le ore 18 mi ebbi notizia, che nel atrio del vecchio castello, oggi ridotto a taverna, delle persone eransi riunite col primo fine di turbare l'ordine pubblico ed elevare sulla torre bandiera bianca. Subito diedi ordina al Capitano, ad Ufficiali della Guardia Nazionale perchè si fosse dispersa quella ciurma, od altra che dicevansi riunita in altri punti ad oggetto di favoreggiare la movenza popolare. Intanto nell'atrio del detto castello, sparatosi da malevoli un colpo di fucile si gridava Viva Francesco 2, abbasso V.E., e quindi dà Caporioni si incitava il popolo ad armarsi di scuri, spiedi, coltelli, ed altre armi poichè , sarebbe altri con bandiera bianca seguito. Accorsa la Guardia Nazionale in diversi drappelli, e non ostante il tempo piovoso sotto il comando del Capitano ed Ufficiali veniva dispersa la folla, ed arrestato l'ex Gendarme Giuseppe Antonio Cripazzi nativo do Palazzo, e dimorante qui da qualche tempo non si sa per qual fine, che non può essere altro, che quello di pre- concetta reazione dello stesso toglievansi un fucile ed una con cartocci, ed una baionetta. Venne nel contempo arrestato il Tavernaro Giuseppe Smaldone in atto che affilato uno spiedo per servirsene prontamente stava ad un tempo pronunziando voci d'incitamento ai popolani, onde a filo lungo si fossero armati ed avessero seguito la bandiera bianca. Tradotto Esso Smaldone alla nostra presenza cominciò a sviluppare da fatti e dalle antecedenze criminose le quali hanno bisogno della positiva indagini della Giustizia. E come pei suddetti prevenuti nominavansi Michele Bochicchio ed altri cosi si fece procedere anche all'arresto di costui essendosi parecchi dè compromessi scominati dà medesimi posti di fuga, o nascosti in luoghi reconditi, perchè non si rinvennero nelle rispettive case. Altre grida e di sfuggita composte Evviva ed Abbasso si udirono in piazza ed in diversi punti della Città, ma grazie all'energia della Guardia Nazionale, ed al tempo rotto a pioggia niun sinistro ebbe a lamentarsi essendo il paese tornato al pristine ordine. E nello inviare dinnanzi a Lei i tre prevenuti arrestati con armi tolte potrà procedere come da diritto prevenendo la che non appena abbonaccia il tempo i prevenuti stessi debbono spedirsi al capoluogo per gli usi di risulta - Il Sindaco


Oggetto. Testimonianza Donato Caruso a favore di Pier Paolo Ghlinni

Donato Caruso ha deposto che comunque sia vicino al n. D. Pietro Paolo Glinni non ha veduto mai frequentare la di costui casa d'alcuno degli altri imputati. Ignora le mosse del indetto Sig. Glinni serbate nel giorno di cui istruzione, dopo che non ha al- cuna relazione con lo stesso, non conosce perciò se egli...fatto delle esternazioni contrarie all'attuale Governo. Ad ogni altra domanda è stato negativo. Le altre testimonianze del vicinato hanno dichiarato che nulla conoscevano pei fatti di cui sono stati interrogati.


Vincenzo Vosa, Comandante della Guardia Nazionale




Vincenzo Vosa, 1822-1864, rappresenta una figura emblematica del risorgimento lucano. Di nobile famiglia, fu educato agli ideali liberali del padre Canio Giuseppe, Comandante della Guardia Nazionale di Acerenza. Fu tra i promotori della insurrezione lucana alla quale partecipò col grado di Capitano al comando di un folto gruppo di volontari Acheruntini al seguito della colonna Pomarici(18 agosto 1850). Il Capitano Vosa portava con sè manoscritta la poesia "LA FASCIA TRICOLORE" del fratello Serafino e la cantava con i suoi militi nelle lunghe marce notturne. Combattè sulle montagne interne dell'Appennino Lucano. Sulla strada tra Padula, Sala e Polla si incontrò con Garibaldi che gli tributò un cordiale plauso e volle personalmente strigergli la mano. Al seguito di Garibaldi marciò su Salerno e poi su Napoli. Rientrò ad Acerenza dopo lo scioglimento dei corpi volontari e si arruolò come Ufficiale della Guardia Nazionale comandata dal padre Canio Giuseppe Vosa. Al seguito della G.N. Acheruntina partecipò a varie imprese per la repressione dei moti reazionari fiancheggiati dai briganti a Venosa ed a Canosa, intervenne a sgominare la banda brigantesca che aveva assalito Pietragalla. Difese la stessa Acerenza attacata da Bories. Poi, subita l'ingiuria di una calunnia venne arrestato e, dopo 4 mesi di prigionia, venne onorevolmente prosciolto da ogni accusa. La terribile esperienza aveva però segnato profondamente la sua salute ed il 30 agosto 1964 mori nella natia Acerenza.

LO SCIOPERO DI ACERENZA




Notizie apprese dal cittadino Cimino Canio della classe 1907.



Durante la guerra 15/18 il comune di Acerenza ammassava il grano che vendevano gli agricoltori e a prezzo moderato lo davano ai cittadini che ne aveva di bisogno.

Nel mese di settembre del 1918, uscì una voce: che il grano ammazinato per la popolazione, se lo dovevano portare via, successe una caciara. Tutte le donne più risentite girarono il paese con le campane annunciando di quello che stava accadendo. Tutti i cittadini si unirono in piazza per protestare verso le autorità. La sera prima manifestarono fino attarde ore, poi rincasarono, il secondo giorno si ripreso di nuovo e per difesa dovettero intervenire i carabbinieri comandato dal maresciallo. Tutta la cittadinanza soprattutte le donne si incerchiarono intornoai carabinieri che erano sotto lo rologio. Il maresciallo vedendosi circondato dalla folla diede ordine di sparare; invece di sparare in alto a paura spararono a altezza d'uomo. Del quale ci fu un morto e un ferito. Il morto fu una ragazza sui ventanni che si chiamava Rosina Restaino e il ferito Lavinia Giuseppe che morì poco dopo. Nella intimidazione dello sparo scomparsero tutte le donne.

La sera dopo, mentre stavano tutti in casa ; il maresciallo con i carabinieri e guidato da una guardia municipale che conosceva tutte le abitazionidei cittadini, andarono a tuue le case delle donne sospette che avevano smosso lo sciopero, e una la volte le portarono in caserma militare, ne prenderono circa una trentina, le fecero salire su un camio militare e le portarono al carcere di Potenza, dove furono trattenuto per diversi giorni.

Per lo sciopero fu composta una canzone che nessuno sela ricorda.

Ho creduto di trascrivere fedelmente il manoscritto comprese le anomalie ortografiche perchè lo ritengo un documento fantastico ed ogni manipolazione avrebbe potuto ridurre la sua forza espressiva. Donato Pepe

CENNI STORICI SULL'ORIGINE DEL SEMINARIO DIOCESANO E DEL MUSEO DI ACERENZA

di Don Anselmo Saluzzi Protonotario Apostolico di Sua Santità




Presentazione

Questo studio rappresenta una breve cronistoria degli avvenimenti e dei personaggi che hanno contribuito, dal '600 al '900, alla realizzazione ad Acerenza di un seminario diocesano e, in tempi recenti, hanno reso possibile l'allestimento negli stessi locali di un museo di arte sacra di grande interesse e valore storico-artistico.

La presente relazione è stata tenuta in occasione della cerimonia d'inaugurazione del museo, avvenuta ad Acerenza il 16 giugno 2007.


Il Seminario Diocesano di Acerenza

Il 23 maggio 1642, il Marchese Cosimo Pinelli di Galatone, Duca di Acerenza, donò parte

dell'antico Castello all'Arcivescovo di Acerenza Mons. Simone Carafa Roccella. (1638-1647).

Il 24 maggio 1642, con Bolla Arcivescovile, venne decretata l'erezione del Seminario diocesano di Acerenza, in ottemperanza ai decreti del Concilio di Trento.

La struttura sarebbe servita ad accogliere i giovani della vasta Archidiocesi cui si sarebbero aggregati anche quelli delle Diocesi di Venosa, Tricarico, Potenza, Anglona e Tursi, Gravina e Altamura, per avviarli alla formazione culturale e spirituale, in vista del sacerdozio.

'Mons. Carafa Roccella' fu quindi eletto Cardinale di Santa Romana Chiesa e di fatto l'apertura del Seminario fu rimandata..."sine die".

Mons. Antonio Ludovico Antinori (1754-1758) diede inizio ai lavori di adattamento dell'antica struttura per adeguarla all'accoglienza e alla funzionalità specifica, ma essi vennero sospesi, perché l'Arcivescovo si ritirò a vita privata.

Mons. Francesco Zunica (1776-1796) rivolse le sue premure soprattutto alla Cattedrale che l'arricchì, dotandola di preziosi paramenti sacri, di candelabri e croce d'altare in argento per lo splendore dei sacri riti e che oggi si possono godere, esposti decorosamente nel nostro museo diocesano.1

L'Arcivescovo Antonio Di Macco (1835-1854) ampliò l'edificio dell'Episcopio sito in Via Vittorio Veneto, vi fondò un Istituto elementare preparatorio e che elevò a Seminario. Subito dopo la sua morte (07-08-1854), l'Arcidiacono e Vicario Capitolare di Acerenza, Canonico Alfonso Maria Cappetta, eletto poi Vescovo di Gravina, nel novembre 1854 attuò di fatto l'apertura del Seminario Diocesano di Acerenza.

Mons. Pietro Giovine (1871-1879) ampliò il Seminario, con l'aggiunta di un nuovo corpo verso l'attuale Cappella di S. Vincenzo.

Il Vescovo Mons. Raffaele Di Nonno (1893-1895) il 2 luglio 1893 notificava la riapertura del Seminario per l'anno scolastico 1893-1894.

Mons. Diomede Falconio (1895-1899), eletto poi Cardinale di Santa Romana Chiesa, con decreto del 27 luglio 1896, riaprì il Seminario Diocesano. Si evidenzia così la precarietà in cui versava la vita del Seminario.

Mons. Raffaele Rossi (1900-1906) riversò tutte le attenzioni sul Seminario di Matera, riservandosi tutte le rendite, anche quelle della Mensa di Acerenza, creando così un triste e lungo contenzioso, poi risolto dal suo successore.

La Conferenza Episcopale Salernitano-Lucana, riunitasi a Pagani nel maggio del 1907, decise di allogare nel Seminario di Acerenza le scuole ginnasiali e in quello di Matera le scuole liceali.

Nel 1906 venne nominato Amministratore Apostolico di Acerenza Mons. Anselmo Filippo Pecci che nell'anno successivo fu eletto Arcivescovo di Acerenza e Matera e che vi rimarrà fino al 1945. Mons. Pecci sanò i rapporti fra Acerenza e Matera con il senso dell'equilibrio e della giustizia. Il Seminario fu al centro delle sue preoccupazioni per oltre un decennio. In breve trasformò la struttura di ingresso con la creazione di uno spazio di rispetto. Per opera dello scalpellino maestro Vincenzo Manfredi realizzò un elegante portale di ingresso. Abolì la scala a chiocciola per accedere dal primo al secondo livello e ne creò una grande e dignitosa che immetterà nel grande corridoio, allineò lungo i corridoi le cinque aule scolastiche; predispose gli ambienti per i dormitori; sistemò al primo livello i servizi di cucina e refezione e di direzione.

Organizzò gli ambienti per la Cappella, la Biblioteca e gli Archivi, nonché le stanze per i

Responsabili della vita scolastica, disciplinare e formativa. Questi lavori si protrassero gradualmente fino al 1915.

Con la prima guerra mondiale (1915-1918) tutti i Seminari diocesani della Lucania entrarono in crisi profonda, perché vennero a mancare i giovani aspiranti per l'emergente povertà delle famiglie e per la chiamata alle armi di molti giovani sacerdoti e educatori.

Il Concilio Plenario Salernitano-Lucano istituì nell'aprile del 1925 una Commissione Episcopale, formata dall'Arcivescovo Metropolita Mons. Pecci, Arcivescovo di Acerenza e Matera, dal Servo di Dio, Mons. Raffaello Delle Nocche, Vescovo di Tricarico e da S. E. Mons. Cattaneo, Vescovo di Anglona e Tursi, che prospettò al Santo Padre Pio XI la dolorosa situazione dei piccoli Seminari diocesani lucani.

Il Papa considerò il caso con amore paterno, con lungimiranza ed estrema sollecitudine deliberò la creazione di un Seminario Pontificio Minore, a carattere regionale.

Il 19 novembre 1927 fu aperto a Potenza il nuovo Seminario con 130 alunni, comprendenti i cinque anni del ginnasio.

Tra il 1933 e il 1934 lo stesso Pontefice Pio XI realizzava l'apertura del Seminario Pontificio Maggiore di Salerno riservato agli alunni del liceo filosofico e di Teologia, per le Diocesi della circoscrizione Salernitano-Lucana.

L'anno 1930 fu segnato dal sisma che interessò la vasta area del Vulture.

La nostra Cattedrale riportò notevoli danni: la Cupola subì profonde lesioni insieme alla facciata.

Mons. Pecci decise di intervenire, d'intesa con la Soprintendenza ai Monumenti di Reggio Calabria.

L'antica Cupola a forma circolare fu demolita e ne fu costruita una nuova a forma ottagonale. I lavori furono eseguiti dalla ditta locale del Sig. Canio Tiri e figli.

La facciata venne rinforzata, si provvide a rimuovere il busto identificato dell'Imperatore Giuliano detto l'Apostata; al suo posto fu collocata una croce costruita in pietra dal maestro scalpellino sig. Vincenzo Manfredi. Questi fu il maestro che nel frattempo rifece anche la sfinge che sovrasta il portale dell'ingresso.

Istituzione di scuole materne, medie e superiori

Chiuso definitivamente il Seminario diocesano, la struttura fu attrezzata ad accogliere al primo livello la scuola materna che fu affidata alle Suore Sacramentine di Bergamo.

Da notare che Mons. Pecci ottenne dalla stessa Comunità delle Sacramentine di Bergamo l'apertura di scuole materne a Pietragalla, ad Oppido Lucano e a Laurenzana.

Al secondo livello Mons. Arcivescovo sistemò la Curia Metropolitana con annessi gli Archivi e la Biblioteca arcivescovile riordinati dal Vicario Generale, il Canonico Giuseppe Gilio.

Nella zona esterna dell'edificio che si affaccia a mezzogiorno, sulla porta di San Canio, ricavò un appartamento per sé e per i Suoi intimi, sicché Egli potè meglio governare i suoi tempi di permanenza a Matera e ad Acerenza.

Nel 1935 Monsignor Arcivescovo riuscì ad acquistare dal Dottor Panni un appartamento, facente parte dell'antico Castello e attiguo al Seminario.

Con mirati interventi lo adattò ad Episcopio dignitoso e permanente, con l'ingresso al Largo Gianturco 7, comunemente denominato "Largo Fossato".

Nel 1945 Mons. Anselmo Filippo Pecci, dopo 38 anni di lavoro pastorale, ricco di opere e di dottrina, rinunziò al governo della Diocesi di Acerenza e Matera e si ritirò nella Badia di Cava dei Tirreni, conducendo stretta vita monastica, e dove piamente spirò il 14 febbraio 1950.2

A succedergli fu eletto S. E. Monsignor Vincenzo Cavalla (1946-1954).

Egli nacque a Villafranca d'Asti il 18 Aprile 1902. Preconizzato l'otto settembre 1946, prese possesso della sede di Acerenza il 1° dicembre 1946.

Dopo appena un anno dal possesso, progettò l'istituzione di una scuola media parificata con annessi i convitti, affidati rispettivamente ad un gruppo di sacerdoti quello maschile e alle Suore quello femminile.

I convitti vennero attrezzati al meglio possibile nei tempi del dopoguerra. L'iniziativa audace segnò un evento straordinario per la comunità della Diocesi e i paesi limitrofi.

Oggi possiamo constatare che le nostre comunità civili sarebbero prive di una numerosa schiera di professionisti, se non grazie alla benefica arditissima iniziativa del Santo Presule. Tutti i nostri paesi erano privi di scuola media.

Dopo l'attenzione al Seminario, Monsignor Arcivescovo con altrettanta audacia e lungimiranza, nel 1949, d'intesa con la Soprintendenza ai Monumenti di Bari, diretta dal dinamico Architetto Franco Schettini, con l'Ingegnere Franco, Capo del Genio Civile di Potenza e con il sostegno politico e finanziario dell'onorevole Emilio Colombo, decise di operare un radicale intervento sulla nostra Cattedrale, spogliandola del rivestimento barocco operato nel 1700 e riportandola allo splendore attuale: tanto semplice e trasparente quanto grandioso e lineare.

Egli però non potè godere dei frutti positivi emergenti dalla Scuola parificata, né ammirare lo splendore della Cattedrale riportata alle sue origini architettoniche, perché fu improvvisamente colpito da un letale ictus cerebrale il 14 febbraio 1954.

II rimpianto fu generale e la memoria resta imperitura e sincera: è il vero monumento eretto nel cuore di una moltitudine di persone.

Con la Costituzione Apostolica "Acherontia et Matera" del 2 luglio 1954, Acerenza fu separata da Matera.

Fu eletto nostro Arcivescovo Metropolita S. E. Monsignor Domenico Picchinenna (1954-1961). Nativo di Melfi, fu Vescovo di grande equilibrio pastorale e di saggezza amministrativa.

Condusse avanti al meglio possibile sia la gestione dei Convitti e sia quella della scuola parificata. Nell'anno scolastico 1959-60 sono sorte in tutti i paesi le scuole medie statali e pertanto la struttura del Seminario Diocesano fu offerta per accogliere le scuole medie, quindi quelle di Avviamento. La Scuola Materna intanto fu trasferita nella vecchia Curia in via Dante e gli uffici curiali furono collocati al primo piano dell'ex Seminario.

Nel 1957 Mons. Picchinenna si trasferì nell'appartamento messo a disposizione dalla Signora ins. Pascale Lucia in Via Sileo, perché fu deciso l'abbattimento radicale dell'Episcopio sito in Largo Gianturco 7. Il Genio civile, retto dall'Ingegnere Caronna, giudicò non stabile l'intero comparto. Nel dicembre 1960 fu inaugurato l'attuale episcopio, a tre livelli.

Durante il suo governo pastorale, Egli ottenne per la Cattedrale di Acerenza il titolo di Basilica Pontifìcia Minore(1956). Nel 1961 fu trasferito e prese possesso della Chiesa Cattedrale di Cosenza il 28 Ottobre 1961.

A succedergli S. E. Monsignor Corrado Ursi, nato ad Andria, già Rettore del Seminario di Molfetta, quindi Vescovo di Nardò (Lecce). Egli assecondò la permanenza delle Scuole statali negli ambienti del Seminario e trasferì al primo piano la Scuola Materna gestita dalle Suore di S. Maria dell'Orto.

Il breve governo pastorale fu segnato da un'intensa attività missionaria nelle Parrocchie e soprattutto dal lavoro preparatorio al Concilio Vaticano II. L'undici di ottobre 1962 segnò l'inizio del Concilio; vi partecipò assiduamente.

Nel maggio 1966 fu eletto Arcivescovo di Napoli. Il 29 giugno 1966 prese possesso della nuova sede e quindi creato Cardinale di Santa Romana Chiesa.

Gli successe S. E. Monsignor Giuseppe Vairo ( 1966-1979).

Mantenne le Scuole medie statali e la Scuola materna, aggiungendovi l'Istituto Tecnico Commerciale.

La sua attività pastorale fu contrassegnata dai molteplici impegni che la Santa Sede Gli affidò di seguito: Arcivescovo di Acerenza e Melfi Rampolla e Venosa, Arcivescovo quindi di Acerenza e Tricarico, Arcivescovo di Potenza e Amministratore Apostolico di Acerenza.

Ottenne l'offerta della proprietà del Canonico Michele Gala, ne ricercò la valorizzazione costruendo un grandioso edificio nell'ambito della proprietà di Villa Gala e riuscì a stringere un comodato con la Regione Basilicata, inteso ad aprire un ambulatorio di riabilitazione per artrolesi e neurolesi che di fatto fu aperto dopo gli anni del terremoto del 23 novembre 1980.

IL Museo d'Arte Sacra

S. E. Monsignor Francesco Cuccarese (1979-1987)

Trasferite tutte le scuole in altre sedi, il Seminario diocesano rimase totalmente vuoto e disponibile a poter concordare con le Soprintendenze di Potenza e di Matera la destinazione dell'imponente struttura per l'accoglienza del Museo di Arte Sacra.

Con incontri informali e poi sempre meglio caratterizzati, finalmente, nei primi mesi del 1980, si convenne da parte della Diocesi, nella persona di S. E. Monsignor Cuccarese e del Suo Vicario e da parte dei Soprintendenti di Potenza, Architetto Bucci Morichi e di Matera, Architetto Michele D'Elia di destinare e trasformare l'ex Seminario di Acerenza ad accogliere il Museo di Arte Sacra, gli Archivi e la Biblioteca Arcivescovile.

I lavori ebbero inizio nel marzo 1980 e furono affidati alla Ditta Giuseppe Filippucci di Matera.3 Fu eseguita una prima indagine sullo stato generale dell'intero comparto, per cui si provvide nell'arco di 7 mesi ad un importante intervento di generale consolidamento, mentre si faceva la lettura delle soprastrutture intervenute nel tempo, specialmente per opera di Monsignor Pecci.

Dopo il grande terremoto del 23 novembre 1980 che devastò l'Irpinia e la Basilicata, comincia, con la ricostruzione del dopo-sisma, il vero cammino verso la realizzazione del progetto: sarà un cammino lungo, estenuante e a volte contraddetto.

Infinite le interruzioni, causate dalla successione dei responsabili della Soprintendenza di Potenza. Vi fu la sospensione dei contributi statali, perché l'apparato regionale fu sottoposto ad indagine da parte di una speciale Commissione parlamentare. Monsignor Cuccarese pertanto non vedrà nessun compimento, neppure parziale della sua iniziativa. A suo merito si ascriveranno alcuni importanti interventi sulla Casa di Riposo, rendendola più idonea e funzionale, con l'installazione dell'ascensore, con la ristrutturazione dei servizi igienici e la creazione di un appartamento per le Suore, le quali dal 1984 concorreranno alla direzione della Casa stessa.

Monsignor Cuccarese riuscirà altresì ad ottenere dagli americani la costruzione di un grandioso villaggio nella proprietà terriera ricevuta dal Canonico Michele Gala; servirà per promuovere campi scuola, incontri spirituali e culturali, nonché convegni ecclesiali, etc.

Sua Eccellenza Monsignor Michele Scandiffìo ( 1988-2005).

Monsignor Scandiffio darà un impulso notevole per riprendere il cammino dei lavori e portarli decisamente a conclusione, ma... sarà duro e lento!...

L'evento che diventerà motivo molto valido per avviare a conclusione i lavori sarà la Celebrazione del IX Centenario della Cattedrale, indetta per il 1994-1995.4

In vista di tale evento, Monsignor Arcivescovo intervenne presso la Soprintendenza di Potenza, che ormai era stabilmente diretta dall'Architetto Antonio Giovannucci, coadiuvato dal Geometra Tommaso Sileno, diligente funzionario, per concorrere all'allestimento di una sala per convegni che sarà denominata "Salone dei Vescovi". Concorse alla sistemazione dignitosa di due zone destinate a foresteria, arredando in maniera molto appropriata sia il salone, sia la foresteria. I lavori furono sopportati dalla Diocesi, perché nel frattempo essa godeva del contributo annuale derivante dall'otto per mille.

Nel 1998 fu celebrato il decennale di Episcopato di Monsignor Arcivescovo5 e nel 2001 il 50° di sacerdozio.

Per l'occasione del Giubileo sacerdotale fu inaugurata la "Galleria degli stemmi" nei luminosi corridoi del secondo livello. Fu organizzata dalla Curia Arcivescovile, con la pubblicazione del volume del Canonico Giuseppe Lettini:"Acerenza e i suoi Vescovi", un itinerario per la conoscenza storica dei Vescovi di Acerenza, e con l'esposizione di 87 pannelli in legno pressato e trattato, recanti gli stemmi di tutti gli Arcivescovi, un autentico capolavoro realizzato con rara competenza e con pazienza certosina dalla professoressa Margherita Ianniello di Acerenza.

Monsignor Scandiffio6 vedrà realizzata tutta l'opera di ristrutturazione, conclusa con la nuova scala di accesso dal primo al secondo livello, realizzata da un autentico maestro ferraiolo, il signor Giuseppe Mignogna di Campobasso, l'eccelsa copertura del chiostro, ideata dall'architetto Giovannucci, grazie alla collaborazione finanziaria del Comune di Acerenza.7

Dal 2003 comincia intanto la fase per l'allestimento museale. La Soprintendenza dispone di una somma che destina all'acquisto dei contenitori dei beni artistici e viene affidata all'architetto Michele Di Capua.

Egli si correla in maniera molto particolareggiata dei beni artistici esistenti nei nostri "ripostigli" e attraverso la lettura delle schede ne concepisce un itinerario. Le vetrine, secondo i pareri della Soprintendenza, saranno tra le più idonee e sicure che esistono sui mercati e saranno fornite da una delle più apprezzate ditte, con residenza a Caserta.

L'allestimento museale verrà di fatto iniziato da Sua Eccellenza Giovanni Ricchiuti (2005-....).

Egli ha cura primaria di nominare il Direttore dei Musei Diocesani, degli Archivi e della Biblioteca nella persona del Canonico Antonio Giganti, professore emerito di Storia Medievale presso l'Università di Bari.

Da subito è impegnato ad evidenziare tutti i beni da esporre, al ripristino e alla ripulitura dei medesimi, e alla collocazione, in armonia costante con la signora Regina, esperta inviata dalla Soprintendenza di Matera.

Prima di concludere, mi sembra doveroso evidenziare quanto interesse e acuto senso di responsabilità abbia sempre espresso il Capitolo Cattedrale, in collaborazione stretta con gli Eccellentissimi Pastori della Chiesa di Acerenza.

Il Capitolo, in particolare, ha sempre gelosamente custodito e tutelato tutti i beni della Cattedrale, precisando che nel coretto si custodivano tali beni. Esso si è rapportato con le autorità civili e si è reso sempre disponibile a trattare con esse, anche perché legalmente responsabile.

La conservazione dei beni sacri e profani è stata un'impresa estremamente difficile e delicata. Essa è stata una vera emergenza dal 1948, quando iniziarono i lavori di demolizione delle volte della Cattedrale. L'Episcopio divenne luogo di accoglienza degli oggetti sacri più preziosi, dai parati sacri all'argenteria etc etc. Anche la Cappella di San Marco divenne supporto di accoglienza delle tele con dipinti sacri e ritratti, nonché di tutti gli oggetti derivati dalle demolizioni di altari, di balaustre con relativi cancelli in ferro battuto e il coro ligneo.

La cappella di S. Marco subirà l'oltraggio del sisma del 23 novembre 1980. verrà demolita e tutti i beni conservati subiranno un nuovo difficile trasloco; in questo lavoro va dato molto merito al Sac. Canio Forenza, in quel tempo parroco di S. Antonio.

Dal 1970 in poi, con lavoro assiduo e minuzioso l'Arciprete della Cattedrale Don Mario Festa iniziò una tessitura di rapporti, risultata molto fruttuosa, con la Soprintendenza di Matera.





Note

1 La dottoressa Franca Luisa Bibbo di Genzano di Lucania e la dottoressa Anna Lupo, sempre di Genzano di Lucania, per incarico della Soprintendenza dei Beni Artistici di Matera, hanno compiuto un 'accurata ricerca e un 'approfondita descrizione rispettivamente dei parati sacri e delle argenterie, giacenti nel tesoro della Cattedrale di Acerenza.. Esistono relative pubblicazioni. 2 Ricco il patrimonio degli oggetti sacri di grande valore artistico che Mons. Pecci ha lasciato in eredità alla Chiesa di Acerenza: due pastorali, una mitra, una croce pettorale con cinque topazi e un'ametista, un anello episcopale, un calice e i vasi per gli oli santi, ecc. 3 Nel complesso degli anni in cui sono stati eseguiti i lavori 1980-2005 le ditte che si sono alternate sono le seguenti: Ditta Giuseppe Filippucci di Matera; Ditta Fratelli Garaguso di Salandra (Mt); (Ditta Giuseppe Centore di Napoli, che si è servito della locale Ditta Fortunato Pietro Antonio. Da menzionare: durante l'intero arco della durata dei lavori la presenza di un ottimo operaio di Acerenza, il Signor Canio Fortunato. 4Le celebrazioni del IX Centenario si avviarono nel maggio del 1994 e si conclusero con il Congresso Eucaristico diocesano nel giugno 1995. Per iniziativa della Curia Arcivescovile furono pubblicati due volumi sull'evento ecclesiale: "Celebrazioni del IX Centenario della Cattedrale di Acerenza: 24 maggio 1994-25 giugno 1995" e "Primo Congresso Eucaristico Diocesano: 18-25 giugno 1995". 5 Anche per questa celebrazione la Curia Arcivescovile ha pubblicato due interessanti volumi: "Un decennio dì servizio e di magistero episcopale 1988-1998", "Giubileo d'oro sacerdotale di S. E. Monsignor Michele Scandiffio". 6 Monsignor Scandiffio concluderà il suo mandato pastorale realizzando nella proprietà del Canonico Gala una grande sala per convegni a forma ottagonale. Ha investito una cospicua somma dell'otto per mille per trasformare radicalmente il palazzo gentilizio di famiglia del Canonico Mons. Michele Gala che è servito per un anno a sua residenza e quindi destinato ad accogliere la Curia Arcivescovile ed altri uffici diocesani. A conclusione, inoltre, dei lavori di ristrutturazione dell'Episcopio, derivati dal sisma dell'ottanta, ha installato in Episcopio un ascensore ed ha creato al primo piano una dignitosa foresteria. 7 II Comune di Acerenza è stato sempre attento e disponibile per ogni utile collaborazione. Dopo il terremoto il Comune ottenne una somma destinata per i lavori del Seminario diocesano e che fu amministrata direttamente dalla Soprintendenza di Potenza.

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