Festa don Mario

Da Acerenza wiki.

EDICOLA DEL SANTISSIMO SACRAMENTO




Don Mario Festa, nato a Genzano di Lucania il 30.3.34, autodidatta, ottenne il riconoscimento dei suoi studi come privatista presso Il Ginnasio Liceo di Altamura. A 25 anni entrò in Seminario dove intraprese gli studi teologici sotto la guida del Prof.Castellano. Ordinato Sacerdote nel 1963 presso la Chiesa Madre di Santa Maria della Platea, ebbe subito la Responsabilità dell'Ufficio Catechistico Diocesano.

Nel 1967 fu nominato Parroco della Cattedrale di Acerenza dove svolge tuttora il suo ministero pastorale.

Profondo conoscitore della storia di Acerenza e della Cattedrale ha pubblicato un interessante opuscolo sull' "Edicola del Santissimo Sacramento" nel quale illustra la funzione catechetica delle sacre icone lapidee.

Don Mario Festa è un collezionista meticoloso, ama conservare, classificare e studiare tutte le tracce di umanità espresse negli oggetti anche più umili o della cosiddetta arte minore. Nel brano che segue, inedito, esprime tutta la sua passione catechistica e la sua tenera ed affettuosa attenzione per la gente semplice e per tutte le manifestazioni della religiosità popolare.

Donato Pepe




IL SANTINO NELLA RELIGIOSITA' POPOLARE




La pietà popolare tante volte evoca una fede di serie b, una fede espressa dal “popolino”, cioè dagli ultimi o per censo o per cultura. Eppure la fede è una, anche se sono tanti i modi per esprimerla.

La fede è un dono; l’espressione di essa è individuale e comunitaria e più semplice, più forte e radicalizza il comportamento dei credenti. Popolare, dunque, non è la pietà espressa da sprovveduti ancora intrisi di superstizione, ma la religiosità comunitaria del popolo di Dio, che si serve di molteplici mezzi espressivi.

Il culto delle immagini è un’esigenza profonda dell’animo umano, che vuol conservare visivamente, plasticamente le sembianze delle persone amate – Gesù, la Madonna, i Santi – così come gelosamente si conservano e si incorniciano nelle case le fotografie e i ritratti dei genitori, dei nonni, della fidanzata, dei bambini di casa. Così si scopre la naturalezza di conservare, “come una reliquia”, qualcosa che è appartenuta o che ha avuto riferimento a persone care, alla loro storia, agli eventi della loro vita. Volendo sforzarsi di realizzare l’ideale degli antiche ordini religiosi, anche il laico, quale che sia la sua condizione e il suo stato, ne imita lo stile di vita e si riveste dell’abito, sia pure ridotto a due quadratini di stoffa da appendere al collo per mezzo di fettucce e da indossare sotto i normali vestiti: ecco allora gli “abitini” o scapolari. Per sperimentare e testimoniare che i credenti sono un popolo in cammino, si muovono in particolari momenti liturgici o in occasioni di feste le processioni. Certo che la cura pastorale della Chiesa e la catechesi cercheranno sempre di animare, purificare, ricondurre alla purezza della fede gli atteggiamenti dei singoli e dei gruppi.

Si potrebbero elencare tanti altri mezzi espressivi della religiosità popolare, ma qui vogliamo dire soltanto una parola sul “santino” non foss’altro che per parlare di una interessante raccolta posseduta dalla Cattedrale di Acerenza, ma anche perché questo tipo di collezionismo ha visto in questi ultimi anni moltiplicarsi a dismisura il numero dei cultori, in Italia e nel mondo intero.

Il santino vede gli albori nella seconda metà del ‘500 nel clima della controriforma, avendo giustificazione teologica nel fatto che Gesù stesso, il Figlio di Dio, si è fatto “icona” del Padre:”In verità ti dico, Filippo, chi vede Me, vede il Padre mio”, rispose il Messia all’Apostolo Che gli aveva espresso il desiderio di vedere il Padre Celeste. I grandi cicli di affreschi sono stati “la Bibbia dei poveri”, le sculture, ma anche gli oggetti sacri, i luoghi impreziositi da architetture, i vasi liturgici e le vesti sacerdotali, sono stimolo per far riferimento alla Divinità. I credenti hanno sentito il bisogno di riportare anche nella famiglia, “chiesa domestica”, un po’ della suppellettile e della iconografia del Tempio: ecco adornarsi le pareti di casa di immagini sacre e i mobili di statuine custodite da campane di vetro, e altro ancora. Il singolo, egli stesso “tempio dello Spirito Santo”, ha voluto adornare se stesso con immagini, appese al collo come medagline, o in tasca, nel portafogli, nella borsetta, nei libri di preghiere, come santini.

La riscoperta di queste immagini Sacre, impresse su un supporto povero come la carta, a mano ed in seguito con i vari sistemi tipografici, e il diffondersi di questo tipo di collezionismo, sta principalmente nella sete di sacro di questo tempo secolarizzato, ma anche nel fascino di questa “arte minore”, di immediata percezione, di facile comprensione del messaggio contenuto, ricca magari anche di ingenuità. Non ha forse detto il Signore, che chi non si fa piccolo come un bambino, non entra nel Regno dei Cieli?

L’estate scorsa in una navata della Cattedrale romanica di Acerenza era esposta una interessante mostra di santini rappresentanti il Santo Protettore della Città. Erano preziose litografie settecentesche, stampe del secolo scorso, cromolitografie di questo secolo. Tutte presentavano l’icona di San Canio tanto venerato in Città, in tutta la Diocesi, ma anche a Sant’Arpino, l’antica Atella dove il Santo ricevette il martirio, e a Calitri, ove le sue Reliquie sostarono quando, nel 799, il Vescovo Leone II le trasportò ad Acerenza insieme al Sacro Pastorale, per essere a fondamento non solo della erigenda primitiva Cattedrale, ma di tutta l’azione pastorale dei Vescovi anche per i secoli successivi.

Il santino oggi, in clima di fede più matura assolve comunque ad un ruolo culturale formidabile, oltre che un supporto alla tradizione.

Don Mario Festa.

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