Gilio
Da Acerenza wiki.
IL POETA
Il poeta Domenico Gilio, nato ad Acerenza, in giovane età ha dovuto lasciare il paese natio per continuare gli studi a Roma. Si è laureato in pedagogia presso l’Università di Roma; è stato prima direttore didattico del circolo di Genoano di Roma, poi ispettore al Ministero della Pubblica Istruzione a L’Aquila. Attualmente è ispettore a Roma.
La poesia di Gilio è profonda e ricca di significati che molte volte vanno al di là dell’apparente semplicità di alcuni versi. Ogni parola, ogni metafora è studiata e meditata ed induce alla riflessione coloro che si accostano alla lettura. Alla poesia è affidato il compito di rendere indelebili alla mente gli eventi ed i ricordi che altrimenti sarebbero cancellati dall’inarrestabile trascorrere del tempo.
Fonti ispiratrici delle sue poesie sono: la natura, i ricordi d’infanzia, la famiglia.
Il suo lavoro di poeta si è concretizzato nel corso di un lungo periodo di anni, con frequenti momenti di pausa e di riflessione.
Nel 1984 ha pubblicato il volume di liriche “Tenere Corrispondenze”, che ha riscosso un notevole successo di critica.
Nel 1992 è stata pubblicata la sua seconda opera “Il tempo e le parole”, anch’essa apprezzata e premiata.
L’ultima sua fatica è “Polvere Rossa.
Sue liriche appaiono su riviste ed antologie a livello nazionale e internazionale.
GILIO POETA ED EDUCATORE
La poesia di Gilio, come si evince da quanto è stato già detto, ha una valenza pedagogica.
Per questa ragione la scuola ha dato ampio risalto alle sue liriche sia nell’antologia, intitolata “Pagine acheruntine”, rimasta tutt’oggi come bozza di stampa, sia nella pratica didattica.
La poesia è un messaggio interiore, universale, è un investimento relazionale che ha bisogno di interlocutori, affinchè non si disperda la sua fertilità umana e culturale!
Essa entra nella nostra istituzione già nella Scuola dell’infanzia e nel primo ciclo, con la freschezza del ritmo e l’immediatezza dell’imitazione, della gestualità.
I genitori presenti sanno delle ricerche di conte, ninna nanne, filastrocche che aprono i bimbi alla leggerezza del dire… per amare, per giocare, per stare insieme
Sono i nonni, come Nonno Lucente cantato in una lirica di Gilio, che ci consegnano il sapore della continuità della parola!
Nel secondo ciclo della scuola elementare inizia l’esperienza di penetrazione critica nella cultura locale, come fruizione del narrato, come cultura condivisa in prosa, in poesia, in immagini facendo ricorso anche alle nuove tecnologie ed infine come avvio alla elaborazione personale del vissuto sociale.
Cosa accade quando si presenta una poesia acheruntina ai nostri alunni?
Le parole diventano immagini, grandi scenari in cui entrare e… sentirsi a casa.
Particolarmente apprezzate ed utilizzate sono state le liriche “Sulla collina di Acerenza” e quella dedicata a “La Chiesa di Acerenza”, di quest’ultima recito alcuni versi
La tua sacra pietra
siede possente, armoniosa e quieta,
sulla rupe di Acerenza,
e nella profondità di spazi e lontananze,
effusa della luce d’oriente,
percossa dai venti
sibilanti nelle case e nei crocicchi.
Sul tuo sacrato, ignaro del tempo,
mulinello del vento,
ho giocato.
Un invisibile spirito di vita
effondi,
mentre dalle torre cadono le ore,
ballerine del tempo,
trascorrenti sui tetti e lungo il corso…
Intrecciano capriole i fanciulli
Alla cantilena argentina;
ferisce il cuore il divenire battente
del tempo e della vita,
che in un lieve rumore,
in un brusio di passi
inavvertita svanisce.
Questa poesia letta, interpretata, illustrata su un grande cartellone in maniera corale dalla classe, ha abbellito per un anno la parete dell’aula.
Anche i tempi e le stagioni acheruntine sono descritti con la vivacità dello stupore, che avvince i bambini e li stimola alla visualizzazione poetica del loro vissuto nel proprio ambiente.
Ascoltiamo i versi de:
“L’autunno si disseta” L’autunno si disseta
Di nuovo
Nell’uva matura.
Dall’albero scende una foglia
A coprire un seme
Insepolto.
Chi rimane per la via
Crea il suo conforto
In immagini di nostalgia.
La brevità richiesta al mio intervento purtroppo, mi impone un’estrema sintesi, perciò continuo la parte discorsiva.
La scuola Media è vissuta come luogo privilegiato del fare esperienze di rielaborazione critica, di produzione progettata insieme, come ci testimoniano la presentazione del Cd e tutto il materiale esposto sulle pareti e negli spazi scolastici.
Gilio ci insegna che narrare se stessi, narrare la propria comunità è costruire identità, è avere radici, è capacità di cogliere il presente come esperienza importante per garantirsi un futuro.
Si può andare verso la cultura, …verso il futuro, con il rigore della scienza, con l’esuberanza della tecnologia , ma se ci guida il cuore, si va insieme con … la leggerezza della poesia.
Il poeta Gilio, educatore di fatto e di parola, scrive e concludo:
Ti porto com me.
Stelle e pianeti
sono per noi
pattini a rotelle.
Non siamo giganti,
siamo esseri puri
e questi mondi
nelle nostre mani
sono semi
per giochi di bambini.
Il nostro cuore è il mondo sovrumano;
da esso muoviamo come l’albero si espande
coll’immensa chioma dal germoglio invisibile
sull’altura scoscesa.
In occasione delle festività pasquali il poeta invia al sito come dono augurale la sua ultima poesia.
La accettiamo e pubblichiamo volentieri anche perché ci invita ad una profonda riflessione.
Antonietta Pepe
FONTANA DI SAN MARCO
Porta aurea di Acerenza, tra distese
fertili, nell’azzurro inafferrabile.
La mia mente, sul filo di una stella,
di albe di rosaspine,
sale dove fiori il canto, confuso,
abbagliante,
del popolo dei campi
nel ritmo naturale delle semine,
dei raccolti autunnali.
Ogni giorno, si univa a te d’intorno
febbrile moltitudine di donne,
Panteon minore, al rito dei lavacri.
La fontana fastosa
Con dieci getti inondava acqua chiara,
armonia
verticale
sul gaio tramestio, formicolante.
Erano uniche bandiere sulle siepi
Dei rovi i panni stesi, fluttuanti,
al sole del mattino, glorioso.
Dona luce dal nulla,
la vita nel suo torbido groviglio
come il pane del vivere.
Non c’è
Un altrove, altra grazia, che non porti
una pena, un addio nell’oscuro
legame che si accomuna alle cose.
Siamo esseri ristretti, marginali!
Niente è più illeso su questa radura.
S. Marco in breve tempo
è diventato un rudere,
oggetto di consumo frettoloso
di questo assurdo circo
che è la vita. Io non trovo in questo luogo
un rinnovato amore per le cose
che furono mie. Io più non bevo
a giumelle gioiose a questa fonte,
violata, che distilla
atomi senza vita da aspre zolle.
Il vento della terra,
familiare e nemico,
danza tra le colonne e porta via
l’antico rimestio, religioso.
Io più non troverò, vergini forme,
il suono e l’armonia, contadina,
circolare. Sparito ogni vestigio
che per ardua via porti ad una meta…
La Smemoratezza è la sola dea.
La vita ride altrove.
Come se qui nessuno è mai passato.
Ariccia
lì 10 Aprile 2003
Domenico Gilio