Il lucanista ed il problema del mezzogiorno

Da Acerenza wiki.

IL LUCANISTA ED IL PROBLEMA DEL MEZZOGIORNO Conobbi la prima volta Giuseppe Chinmmiento laggiù, al mio paese lucano, una sera ch'egli vi capitò durante un giro giornalistico e dove eravamo ad attenderlo in cinque: io, in Qualità di iniziato alla pubblicistica, gli altri come suoi amici e confidenti. Aveva piovuto tutto il giorno ed a quell'ora la pace locale era più raccolta del solito; l'angolo di piazza dove Chiummiento aveva sostato e cominciato a parlottare con noi era battuto dalla luce acquosa dell'unico lampione posto a illuminarlo e nel cui alone il suo viso stagliava scuro, a tratti soleggiato da sguardi taglienti, d'una malinconia forse ancestrale ma pensosa e dolce. Al ragazzo di cui gli amici comuni gli avevano parlato più volte — cioè al sottoscritte — egli chiese notizie degli studi compiuti e dei progetti per l'avvenire; parlava con voce calma, quasi timida, dà toni a volte intimi e un po' rauchi, una voce che sembrava eludere espansioni non ancora del caso, intempestive. Era quella l'epoca in cui la mia vita mentale germogliava casta, istintiva eppure sprovveduta, su generici schemi culturali; ciò nonostante affrontai con lui sommarie discussioni sugli aspetti della civiltà letteraria che stava nascendo: dal Futurismo all'architettura funzionale di Sant'Elia, a La Voce, Lacerba, La Ronda; da Papini, falso convertito, a Soffici ed a certa pittura d'avanguardia; a Pirandello, Chiarelli, Rosso di San Secondo, che promuovevano il teatro antíborghese e in sostanza psicoanalitico su problemi le cui linee preferenziali toccavano i dinamismi profondi della psiche con le sue contraddizioni, le sue angoscie ragionate, i suoi giochi dialettici tra realtà-finzione e realtà-fantasia; il discorso cadde infine sul fatto politico. Da qualche anno era stato instaurato il « nuovo regime ». Su quelle che taluni suoi gerofanti avevano definite le dorate cariatidi del parlamentarismo e del paternalismo dìnastico-sabaudo, s'era levata e volteggiava quotidiananiente l'aquila romana, ritornata sul cielo patrio dopo una « marcia » piuttosto zingaresca i cui numerosi, piccolissimi duci erano tronfi di garibaldina baldanza ma presi dal sospetto di correre una avventura il cui epilogo non appariva chiaro a nessuno di essi. E li aveva guidati un poderoso eversore che era anche demiurgo spettacolare e oratore impareggiabile; che tirava dritto, forte com’era di certi consensi ed in particolare dei foraggiamenti elargiti da cartelli industriali commerciali plutocratici; un autarca per concludere, nato all’insegna del genio, ma anche dell’improvvisazione superba e tracotante dell’empirismo cocciuto e inconscio, quasi coatto, eppure sbalorditivamente poliedrico. E di quel momento storico, Chiummiento possedeva una chiara, logica visione: era ínsommapersuaso del significato e della reale portata che esso aveva; e ciò sembrava un assurdo, un'oscura anticipazione senza legami giustificabili con la realtà, soprattutto una non documentata sfiducia negli organi proposti alla tutela della tradizione costituzionale. Ma non si sbagliava. Fedele al radicalismo nittiano, educato ai pensatori che in ogni tempo celebrarono, onorandoli talora con l'azione personale, gli ideali di libertà giustizia e dignità, egli avvertiva nell'intimo che quegli eventi e i medesimi strumenti adoperati dagli « uomini nuovi » per consolidare le loro gesta in uno status duraturo, attraverso la modifica organica dei poteri, avrebbero travolto qualunque e qualsiasi iniziativa di opposizione, qualunque e qualsiasi resistenza che fosse puramente tecnica (e gli « aventiniani » ne fecero per primi le spese, il glorioso generale Bencivenga in testa). La teoria e la prassi della « rivoluzione » aveva le sue origini in un furore iconoclastico assai dinamico per essere l'espressione d'un fenomeno transitorio e non di prefigurata metamorfosi strutturale; sicchè Chiummiento non indulse alle illusioni che invece altri alimentavano con dubbie o impressionistiche deduzioni, sentiva ormai chiudersi una partita strepitosamente impari per lui e per molti uomini liberi.

Dopo quel nostro incontro, io volentieri immaginavo la fase iniziale del suo mestiere come, un rude e indefesso arttigianato nel sottosuolo d'uno stabile napoletano dove lavoravano tipografi fra sentori di combusto, di oli minerali, di carta scaldata, tra il rullio di ordigni inconcepibilmente complicati e animati da tecnici demoniaci.

Eravamo allora verso l'agonia del romanticismo, ma nella sua scia estrema la professione del giornalista non aveva perduto del tutto il suo fascino e agli occhi dei più si mostrava come una missione eletta che veniva assunta con tutte le alee probabili e senza pretesa di grosse contro-prestazioni; una missione, anche, arcanamente inconsueta perchè il giornalista era colui al quale con particolare inclinazione restava gradita l'usanza degli scontri alla sciabola o alla pistola nel recinto di villa periferica, magari sotto un cielo brumoso, con più o meno sangue, con la riconciliazione o meno degli avversari (e la ombra omerica di Cavallotti era presente, mentre la polizia — sebbene messa sull'avviso — non riusciva a pizzicare i duellatori). Non indugiai così a prendere contatti epistolari con lui (le rituali, affettuose intelligenze tra il giovanissimo iniziato e il maestro che opera nella metropoli) e ad inviargli materiale di pubblicazione; mi stampava tutto: corrispondenze, articoli polemici, bozzetti di vita provinciale — estrosi, mossi, coloritissimi — noterelle pseudo-critiche. Il tutto usciva sollecitamente in quella Basilicata che si faceva in una tipografia napoletana verso la Pignasecca e che egli, come direttore, portava avanti con impegno infondendole la serena movenza del suo spirito e il senso d'una capacità giornalistica di primo ordine nella quale erano confluite esperienze culturali, politiche e umane.

Gli ideali,dicevamo: innanzitutto il giornalismo. Nato giornalista nel senso pieno e vivo del termine, egli sembrava vivere unicamente per le anguste e non bene arieggiate aule redazionali, per gli stessi odori della tipografia; e la sua era una passione per gli stessi odori della tipografia; e la sua era una passione congeniale, generatagli dallo stesso sangue suo. Figlio d'una terra le cui tradizioni pubblicistiche, nel senso del giornale medesimo, sono certamente esemplari e che tra i suoi più maestrevoli esponenti ebbe Michele Torracca e Petruccelli della Gattina (antesignano degli inviati speciali con incarichi politici), egli non potè non avere consuetudine intellettuale e morale con i cenacoli dell'« Intelligenza » lucana che potè incontrare durante i suoi esordi e dal cui vigoroso cerchio s'erano elevati i Gianturco, i Torracca, i Grippo, i Lacava, i Ciccotti, i Lioy, e nella cui vita si inserivano attivamente studiosi, artisti, scrittori, pensatori, storici, patrioti, educatori e grandi avvocati, famiglie presso le quali la cultura era un dovere. In questo ambiente corroborante si iniziò all'arte del giornalismo; in questo ambiente, dove primamente avevano gli Eleatici, Pitagora, Orazio; e, nel corso delle epoche, Luigi Tansillo, Francesco Lomonaco, Mario Pagano, Luigi La Vista, Nicola Sole. Li, dunque, ove il costume politico cresceva saldo, coerente e onesto, soprattutto onesto, qualunque ne fosse l'insegna ideale: Cavour, Mazzini, Garibaldi- Engels, Proudhon, le Trade-Unions; e vi prosperava un giornalismo entusiasta, solido, erudito, eroico. E' codesto il clima in cui Giuseppe Chiummiento si formò. Aveva iniziato felicemente con una devozione che resentava la mistica e nel cui pratico esercizio immetteva un senso di arte minore, in umiltà di animo e di intelligenza. E fin da allora il suo mondo umano fu integro, lontano dalle mediocrità, dalle ambizioni. dall'egolatrismo e dagli interessi ventripeti; era il suo, un modo netto e franco, di nobili e non contingenti aspirazioni, cioè d'una categoria estremamente, irriducibilmente morale dove in solido convergevano gli ideali e gli interessi del giornalismo medesimo come funzione pedagogica, serenamente e realisticamente orientativa. Il mestiere era in lui come una seconda natura, la creatura primogenita della sua intelligenza lo serviva, non se ne serviva; e si consideri in proposito che, fra le sue doti, non mancavano quelle eleganze di vita spirituale e di umano costume le quali generalmente difettano al lucano, che è rude e chiuso, amaro e istintivamente negletto. Malgrado nel corso degli anni i suoi orientamenti mentali si fossero polarizzati sul fatto politico e sulla questione regionale, pur usava volgere lo sguardo ed il suo stesso gusto alla vicenda degli studi umanistici, partecipandovi non sempre in nostalgia dei testi una volta prediletti: dai più remoti a quelli più recenti, degli Zumbini, dei Puoti, dei De Sanctis, degli Spaventa dei Croce, e poi di autori a lui più vicini nel tempo, come il Nitti le cui opere erano tosi ammonitrici e profetiche. L'umanistica ed i suoi maestri in fatto di linea sociale-politica lo avevano educato ai concetti di coerenza e di lealtà, cioè di libertà (cioè di « non violenza »). E quelle ultime egli amava intensamente con un segreto obbligo al sacrificio all'altruismo ed all'apostolato ideologico, così come, al contrario. detestava le parentesi mondane, le civetterie salottiere, le retorica dell'« io ». Un uomo, lui, degno di tal nome e che unitamente al culto per la dirittura etica, non tralasciava quello per i fatti estetici ove non si presentassero tralignati nello stregonesco, nel deformismo con fini stupefattivi, nella metafisicheria; e come poneva limiti all'azione politica, nel senso di non capire ed accettare — anche se proficui ai suoi bisogni privati — i modi e i metodi che comunque offendessero il costume al quale s'era informato per nativa esigenza, così non sentiva di suffragare ciò che nel mondo artistico-letterario non avesse un plausibile legame con i modelli dei secoli trascorsi.

Lucano nello spirito, non dimenticò mai e affiancò con l'opera l'annosa problematica regionale, che già era stata propedeuticamente e tecnicamente sviscerata da Giustino Fortunato: quell'antico, irto e intricato problema del Meridione che tuttora abbisogna di soluzioni non episodiche e nemmeno elettoralistiche. C'erano, dunque, i temi dominanti, verticali eppure dolenti. del nostro fatto urbanistico, demaniale, idrografico, scolastico, ferroviario, agricolo, commerciale. finanziario; e lui li discusse lucidamente ogni volta che se ne presentava l'occasione. Li trattò con viva, talora drammatica consapevolezza: da lucanista persuaso, che i valori della sua terra desiderava elevare sul piano nazionale, convogliarli nel più vasto dibattito italiano. E in quanto alla civiltà lucana in senso stretto, egli non era il solo a battersi; su codesto piano aveva già cominciato splendidamente e tenacemente, Sergio De Pilato (una illustre miniera di cose) mentre si delineava già la figura di Giovanni Riviello con la sua Basilicata nel Mondo — fascicolo mensile il cui lusso tipografico era per quei tempi insormontabile e favoloso (e intanto, anticipava la serie di consimili pubblicazioni poi uscite qui da noi). E ci sia consentito ricordare che fin da allora andava sorgendo la figura di un altro insigne lucanista, nella persona di Gerardo R. Zitarosa, che, giovanissimo, si apprestava a diventare il filologo, l'educatore e il polemista quale oggi noi conosciamo ed apprezziamo anche attraverso le pagine di Aspetti Letterari, da lui fiduciosamente diretti e animati.

Ebbi consuetudine personale con Giuseppe Chiummiento a Napoli, quando mi vi recai per l'Università, La Basilicata andava benino, anche per l'ampia ospitalità concessa alle cronache ed alla sempre incalzante problematica di regione; ma venne divorata dagli avvenimenti politici, con sommo e tacito dolore di Lui che in quella fine -sedeva spegnersi la parte essenziale della Qua medesima personalità: quel foglio magro eppure efficientissimo, cadeva. anch'esso vittima del «dinamismo » fascista. Il giornalista e l'uomo venivano così colpiti irrimediabilmente: nessuna possibilità di difesa giuridica, giacchè la «rivoluzione» livellava, appiattiva, travolgeva con indifferenza crudele i miti umani e il consistente, eccelso patrimonio di quello che, secondo la visione del demiurgo costituiva l'archeologismo e quindi l'insopportabile anacronismo politico d'Italia. Soprattutto essa era draconiana, e non perdonava ai suoi avversari cui spesso infliggeva ritorsioni tipicamente sue: l'ostracismo, il patibolo morale, la morte civile. E non poteva perdonare a Giuseppe Chiummiento quest'uomo tacitiano che odiò sempre gli accomodamenti, le intese utilitaristiche i compromessi sia pure temporanei. A quel tempo egli era già esule in Patria: non aveva ceduto, non seppe e non volle cedere: liberà dignità, giustizia soprattutto; e quando la giustizia non viene dall'alto, degli stessi tutori della cosa pubblica, l'uomo degno di questo nome cerca l'esilio vero e proprio.

Lo rividi qualche anno dopo a Roma: era stanco, umiliato, l'occhio incupito eppure distante, come rincorresse un sogno irrevocabilmente tramontato; ma sì, quell'occhio inseguiva senza speranza il sogno della libertà ornai defraudata abbondantemente dal « nuovo regime ». Da allora non l'ho più rivisto: caro, indimenticabile, esemplare Giuseppe Chiummiento!

NICCOLÒ SIGILLINO

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