Michele D'Andria
Da Acerenza wiki.
Nativo di Acerenza, dove ha vissuto la sua infanzia. ha compiuto gli studi superiori a Potenza, Salerno, Napoli e Roma, sua città di elezione. La sua attività letteraria ha spaziato, in particolare, nel campo dell'esegesi dantesca. Per più anni è stato condirettore letterario della rivista Il incontri ". Attiva è stata la sua partecipazione a Convegni di studi nazionali ed internazionali.
Antonietta Pepe
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MICHELE D’ANDRIA, POETA DELLA NOSTALGIA
Soltanto le anime profonde, gli spiriti che allevano in sé certi germi particolari che certamente non si possono acquistare (e, se anche ciò fosse possibile, non si saprebbe che prezzo loro attribuire), solo le anime dei poeti, insomma, possono cogliere appieno la buia profondità di un sentimento trascurato come la nostalgia, riuscendo persino a saggiarne con le dita l’aspra rotondità. E poeti, sia chiaro, non sono soltanto coloro che hanno il vezzo, l’abitudine, e solo raramente la necessità, di fissare le proprie impressioni su carta; poeti sono i contadini, i bimbi innocenti, chiunque di noi sia in grado di sperimentare certe sue inesplorate profondità.
Michele D’Andria, solo per la sua capacità di provare questi sentimenti, è poeta a pieno titolo. Per l’immediatezza delle sue immagini, al tempo stesso delicate ed incisive, per la tenerezza dei ricordi appena abbozzati, che esplodono in tutto il loro silente fragore mentre l’autore è immerso in una lontana, quasi impersonale atmosfera urbana: “Tempo era su alto monte,/ quando fanciullo anch'io / all'ora delle rondini / per vicoli e per spiazzi / insieme si garriva,/ tra case prone intorno al tempio antico”.
E così il poeta, in un arioso salto del pensiero, dopo aver cantato con lo stesso garrito della rondine, si ritrova miracolosamente negli stessi cieli che fecero da sfondo alla sua infanzia a volare con esse, e dopo aver affermato, quasi con la lapidarietà di una sentenza, che: “Eppure è sera; e l’ora / è sempre quella” chiede alle rondini, definite “sorelle”, di cogliere per lui “un granello di luce / che libero mi faccia / nell’immenso”. La nostalgia, per Michele D’Andria, è una piroga che consente al poeta di tornare indietro nei giorni, nei mesi, negli anni, in una sorta di viaggio catartico per riscoprire le origini della propria vita e del proprio respiro. Nostalgia tipica delle persone che sono lontane dalle cose antiche ed amate, e lo sono da ormai troppi anni per poter tornare indietro davvero. Questa, essenzialmente, la ragione che nobilita il sentimento del rimpianto portandolo alle medesime vette (sublimi per definizione) dell’amore.
Rocco Saracino.
POETA E EDUCATORE
Non ho mai conosciuto personalmente Michele D'Andria, ho sempre amato e valorizzato nella mia Onorato e al tempo stesso intimidito dal compito assegnatomi mi accingo ad esprimere alcune osservazioni sulla figura di Michele D'Andria colte dal punto di vista di un educatore. Due episodi mi sembrano di particolare rilievo. Il primo é tratto dalla poesia "L'ora del monte Vulture". Il nostro autore, bambino, "ancor negli anni acerbo" é testimone di un gesto umile e quotidiano, ascoltiamo:
Era l'ora dell'A ve Maria,
L'ora di quando il padre mio,
nuda, chinata, segnava la fronte;
e, accanto, il cane amico che guardava!
Michele D'Andria non ha molta propensione per il freddo rigore del metodo storico, tipico
dell'atteggiamento neopositivista che imperava nella cultura di quel particolare momento, ma si
accosta ai fatti con lo stupore di chi si trova di fronte ad eventi talvolta segnati da una dimensione
che supera la nostra capacità di comprensione.
Lo spirito gettavo nel mistero.
E per questo suo atteggiamento culturale egli riesce a cogliere nell'umiltà e nella quotidianità degli eventi momenti di grande pathos. E, sotto il profilo educativo, ha un grande rilievo, l'atteggiamento di Seppantonio, che non educa con noiosi sermoni, ma con la suggestione del suo esempio.
Nuda, chinata, segnava la fronte
Ed è un gesto tanto grande e pervasivo da fermare persino la natura in atteggiamento di stupita contemplazione:
E, accanto il cane amico che guardava.
Qualunque educatore di fronte a questo gesto di grande potenza comunicativa, non può che
esprimere ammirazione.
Il secondo episodio lo vede ultrasettantenne, quando il nostro autore si commuove stringendo tra le mani una lettera degli alunni della scuola elementare di Acerenza e scrive a sua volta una bellissima ed inedita pagina di rilievo pedagogico. Ascoltandola, confesso, mi sono profondamente commosso, anche perché l'insegnante di quegli alunni ero io.
Sotto il profilo dei contenuti l'educatore può trarre dall'opera di Michele D'Andria una gamma molto ampia di riflessioni e di insegnamenti.
In primo luogo il profondo senso di radicamento nella tradizione, nella storia e nella lingua della sua terra e della sua gente.
Brunetto Latini nell'interpretazione critica di D'Andria è messo all'inferno e costretto a correre incessantemente sotto una pioggia di fuoco perchè aveva tradito la lingua del suo luogo natio ed aveva scritto in provenzale la sua maggiore opera.
Michele D'Andria esprime in tutta la sua lunga ed appassionata esperienza professionale ed in tutte le sue opere, il suo amore per Acerenza e per gli acheruntini, che egli, in uno scritto che nel settembre del 1987, ebbe la cortesia di indirizzare a me definiva il suo popolo. "Michele Scuotri, oltre che mio figlio, questa mattina mi ha riferito i particolari della cerimonia di consegna di una targa, da parte dell'Amm.ne Comunale di Acerenza, a taluni concittadini che continuano ad amare intensamente il proprio paese di nascita. Sono venuto così a conoscenza d'aver lei avuto l'amabilità di parlare di me, ricordandomi con belle parole al mio popolo, pur nella pluridecennale lontananza da esso. Mi scuso per non indicare il suo nome e cognome, non avendone cognizione. "
Né potè citare il mio nome quando, circa 12 anni prima scriveva una appassionata lettera agli alunni della mia classe che avendo studiato "L'ora del monte Vutlture" vollero fare una intervista epistolare all'autore e toccarono una corda sensibilissima del suo cuore di poeta che rispose con una prosa in stretto stile epistolare che abbiamo inserito nella tuttora inedita antologia acheruntina curata dalla scuola che ho diretto per circa un ventennio.
Mi sento onorato di essere nell' ombra uno dei "pini di Porta Pinciana (che) bisbigliano tra loro i versi tuoi e il sole ti illumina lontano". (Da "I Canti dell' Ascendismo, Un poeta al caffè, Michele D'Andria.)
Alcuni la ritengono subcultura, affetta da campanilismo provinciale, o addirittura espressione del familismo amorale, etichetta infame con la quale Banfield umiliò ed offese la sensibilità e la cultura lucana negli anni cinquanta.
La cultura è l'anima di un popolo. Questa affermazione può apparire scontata se non si riconosce il diritto a ciascun popolo di una propria cultura. Un popolo infatti senza una propria anima non ha identità, non vive, non ha un progetto, né può avere un futuro.
In quanto educatore mi sento impegnato ad "animare" i giovani lucani per renderli capaci di futuro, perché sappiano darsi un progetto di vita nell'ambito delle complesse problematiche del mezzogiorno di Italia. Inpegnato in questo compito complesso e delicato avvertivo il bisogno di cercare, in quanto educatore, le radici profonde della cultura e dell' anima lucana.
Mi ha molto aiutato lo studio dell' opera di Michele D'Andria, con la sua profonda passione per la poesia e per il mito, passione di cui trasudano tutte le sue opere di ricerca storica.
Lungo il letto del Bradano, dell'Agri, del Sinni, egli trova le tracce del Mito di Ercole ed in queste radici profonde e tuttora vitali egli individua i DNA della cultura e della identità italiana. Ma l'intuizione del nostro autore va molto oltre e nella teoria e nei canti dell' Ascendismo esprime tutta la fecondità del suo pensiero proiettato al futuro. Egli coniuga in maniera mirabile l'amore, la creatività, la fede, come timone naturalmente orientato verso l'alto, laddove invece l'economia, il mercato, ... sono zavorra che per legge di inerzia trascinano verso il basso. "Minerva spira e conducemi Apollo" (Dante, Paradiso, Il,19). La metafora dell'astronauta indica con chiarezza la rivoluzione copernicana proposta dal nostro autore. Non l'amore razionalizzato dalla scienza, come volevano i positivisti salverà l'uomo moderno ma la scienza orientata dall' amore.
A sostegno di questa interpretazione ricorre in Dante la valorizzazione della lingua come elemento di identità, la sentiamo espresso con particolare forza nell' espressione di Farinata degli Uberti:
O tosco, che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati ristare in questo loco.
Di grande rilievo risulta anche la teoria dell' ascendismo che il nostro autore media dal poema
dantesco per fame il proprio statuto morale e civile.
Si tratta di una teoria di grande rigore morale di cui mi limito a cogliere l'aspetto educativo
Anche i nostri giovani incontrano sul loro cammino, attraverso la selva di una società disordinata e disorientante, la lupa
Che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza.
Il peccato per il nostro non è soltanto la trasgressione di un precetto ma soprattutto un desiderio scomposto ed orientato verso un bene fallace.
Il peccato, cioè l'esercizio del male, impoverisce la persona, la lupa é magra, e ne appesantisce l'esperienza per cui per gravità il soggetto tende verso il basso: il discendismo.
Diverse colpe giù li grava al fondo
al qual si traggono d'ogni parte i pesi.
Al contrario la consuetudine al bene rende grandi e nello stesso tempo leggeri, tanto lievi da salire
verso l'alto, verso Dio; di qui l'ascendismo.
Ho voluto richiamare queste brevi considerazioni di filosofia morale ispirata a Dante anche perchè ho la sensazione che qualche questa suggestione Michele D'Andria possa averla mediata dall 'esprienza tante volte vissuta nella nostra meravigliosa Cattedrale.
Fuori della porta, gruppi osceni rappresentano con molto realismo, anche nella pesantezza della pietra, l'esperienza grave, "pesante" del peccato che però resta alle spalle di chi entra in una dimensione nuova e in questa architettura ardita le cui forme invitano al raccoglimento e orientano lo sguardo verso l'alto, attraverso l'esperienza della croce, salendo verso la mensa, si sperimenta un sublime impulso di elevazione.
Donato Pepe
Rondini di Piazza Venezia
Anche questa poesia, scritta al tavolo di un caffè di Piazza Venezia (cuore di Roma), parla di Acerenza, pur se sottintesa. Se ne fa riferimento nel verso "tempo era, su alto monte" e ancora nei versi successivi, nei quali rivivo la mia fanciullezza:" quella vostra, dei vostri anni." (Presentazione dell'autore della poesia agli alunni della IV ms B della scuola elementare di Ace- renza in data 19/5/769. Il giorno muore in un tramonto silenzioso ed il sole rosso, luce dell'Eterno, ravviva il bianco altare della patria. Voli di rondini s'intrecciano fra palazzi uguali, fra i loro merli. Queste immagini riportano il pensiero del poeta al suo paese natio, posto su un'altura, dove, verso sera, i fanciulli mischia- no le loro grida al garrito delle rondini giocando negli spiazza- li e nei stretti vicoli fra le case basse vicine alla Cattedrale. Sente che gli manca il suo metallico del campanaccio della capra che in un angolo della strada era pronta per offrire il suo lat- te. E sera, il poeta invita le rondini, ricordo (bello) di ieri, presenza dell'oggi, a fermare un attimo di luce affinché anch'e- gli possa sentirsi parte di quell'immensità che rende liberi. (Commento di Antonietta Pepe)
Tra rossi silenzi lontana il giorno
e, al fuoco dell'ignoto,
pur la grande era si colora.
Tra i palazzi gemelli
dai meriti avversi, riddano le rondini
in frotte tremule.
Tempo era su alto monte,
quando fanciullo anch'io
all'ora delle rondini
per vicoli e per spiazzi
insieme si garriva,
tra case prone intorno al tempio antico.
Or più non odo
il suon del campanaccio;
all'angolo la capra
più non divarica le zampe asciutte
per il gran dono
delle ricolme poppe.
Eppur è sera; e l'ora
è sempre quella! O rondini sorelle,
che la scia spigolare d'altro giorno,
una preghiera:
cogliete, per me, un granello di luce
che libero mi faccia,
nell'immenso.
L'ora del monte Vulture
"E di cuore grazie per aver imparato la mia poesia dal tito- lo" L'ora del monte Vulture", il monte che visto da Acerenza as- sume il suo aspetto più suggestivo, specie quando cala il sole. Quel sole che dalla torretta si vede salire dall'oriente ad illuminare il letto scarno del nostro Bradano e l'agro tutto del nostro Comune." (l'autore) E' sempre caro per il poeta, tornare nel paese natio, fra i suoi monti di Lucania. E' un ritorno anche nel tempo, perché ri- trova se stesso, il suo animo di fanciullo, lo sguardo fiero del- la sua gente silenziosa. Sulla sommità del paese rupestre ritrova immutata la testi- monianza dei suoi avi, mentre lo sguardo si perde nell'orizzonte più alto delle cime dei monti. Il pensiero spazia e si sofferma sui fiumi Lucani, oggi scarni, un giorno grandi anche nella storia, visto che sulle loro sponde fiorirono le prime civiltà italiche. E' piacevole tornare alla consapevolezza che il proprio pae- se d'origine: Acerenza, sia un centro antico eccelso, posto in alto, percosso dai venti, faro avvistato come meta, da grandi di- stanze ad oriente. Ritrova il sole che lo vide venire alla luce, che dopo aver illuminato la valle del Bradano va a tramontare, rosseggiando dietro il monte vulture. Quest'immagine lo riporta all'età giovanile quando a sera sentiva il suo cuore tuffarsi nel mistero. Il mistrero dell'esse- re, che nell'ora dei vespri, al suono della campana, chiamava al raccbglimento suo padre. Egli si segnava la fronte chinata, nuda, fiducioso nella preghiera, mentre il fedele cane lo osservava senza capire.
Migrante anch'io
a voi ritorno, monti di mia terra;
dolci monti della Lucania mia!
Torno a voi che, puro, serbaste
quel cuore che fanciullo mi rapiste
e largo di spiegate sui profili
di mia gente il silenzio antico.
Sul sasso, ritrovo degli avi,
oggi come ieri, l'orma stanca;
e l'occhio che travalica le cime.
Bradano, Basento,Agri, Sinni,
giganti un giorno. Primi a dire Italia.
E te eccelsa antica Acerenza
sulla roccia temprata ai venti,
loggia lucana nel sol levante,
ognun da lomtano ti addita
faro vagante pei cieli infiniti.
Sole della mia nascita,
che del Bradano il letto baci scarno,
te pur rivedo
andar vermiglio dietro il monte Vulture,
come quando ramingo sulla sera
ancor negli anni acerbi
lo spirito gettavo nel mistero.
Era l'ora dell'Ave di Maria,
l'ora di quando il padre mio,
nuda, chinata, segnava la fronte;
e, accanto, il cane amico che guardava!
Carissimi alunni
vi scrivo, sotto il sole di Roma, da un angolo del terrazzino della mia casa sita su Monte Mario, il più alto rilievo collinare su cui si è estesa l'odierna città, al di là dei tradizionali sette colli dell'Urbe Antica. Sul terrazzino di un primo piano che dà su Via Friggerio, dò vita a gerani, rose ed altre piante e il pensiero si volge al pa- dre mio che di piante fu infaticabile ed impareggiabile cultore. E penso a quando fanciullo trascorrevo le mie ore liete nel- la valle degl i orti, nel fondo detto di Il Gianzetre Il, giocando solo con piccoli sassi, lungo rigagnoli di acqua sorgi va; e vivo mi è il ricordo di un mattino di primavera. Da lontano giungevano gioiosi rintocchi di campane. Era la Pasqua che si annunziava a distesa! Lasciai la valle, i sassolini, le acque. Lungo il sentiero, biancospin.i aggettanti pareva si piegassero a condurmi per mano. Ad un tratto ecco Acerenza pararsi innanzi al mio sguardo; con le sue grotte, le sue case antiche, i suoi ba- stioni che alto la sollevano come su braccia giganti. Fra le sue mura mi attendevano altri giochi e compagni di pari mia nascita: quelli che diventarono compagni di scuola. Nacqui io in un giorno di aprile; segno l'ariete. L'anagrafe del Municipio mi dice nato in Via Umberto I n.27. Ma altre sono le case del mio ricordo. Fra esse quelle delle Scuole Elementari di allora. In particolare il palazzo Martino nel quale frequentai il maggior numero di classi, che nell'estate dello scorso '75 mi fu dato ri- vedere dopo anni ed anni. Rividi l'aula al secondo piano dal cui balcone, pressochè undicenne, presi contatto con il pubblico, leggendo alle persone di sotto, il bollettino d'una gloriosa battaglia della guerra '15/'18. In quanto alle case da me abitate lungo tutto l'arco dei miei studi, l'ultima fu quella ubicata nel palazzo detto Petruz- zi, nome questo di un sindaco della fine dell'BOa. La mia camera era prospiciente la chiesetta di San Vincenzo, sul principio del largo che mena al Seminario di una volta, poi Scuola Media Mos. Cavalla. Aveva un terrazzino lasciato a giorno, so smontato da un bell'arco a tutto sesto, forse avanzo architettonico dell'antico castello longobardo, il quale comprendeva l'attuale Arcivescovado e tutte le case che dal detto palazzo Petruzzi girano lungo la salita detta del "basolato" lungo tutto via G. Albini, dove fino a qualche anno fa si ergeva ancora intera una torre, e infine in- torno al Largo Gianturco che costituiva il fossato del Castello su cui veniva azionato il ponte levatoio per l'ingresso. Dal quel terrazzino, ora chiuso a guisa di veranda, il mat- tino del 23 luglio, alle 7 e 45, per primo vidi salire il corteo di macchine in una delle quali riconobbi il Re d'Italia Vittorio Emanuele 111 che, inaspettatamente giungeva ad Acerenza per am- mirarvi di sua storia. Come vedete vi ho parlato un pò di me, del mio passato. Ora che dirvi della vostra lettera datata 27.4.76, ma che mi è giunta solo stamattina? Quella vostra lettera, trascritta da Donatella chiummiento che mi ha ricordato il nome di un grande intelletto acheruntino, Giu-
seppe Chiummiento, il quale operò nell'agone giornalistico, negli anni venti, dirigendo il primo ed unico giornale politico che ab- bia avuto la nostra Lucania. Egli poi si tresferl in Argentina dove continuò a svalgere la sua attività di giornalista in mezzo alla comunità italiana del luogo. Quando ho aperto il plico inviatomi dal vostro Direttore Didatti- co, con una sua amabile lettera e in più il giornalino "Il Formi- caio" con una vostra lunga lettera, miei cari ragazzi della mia cara Acerenza, sappiatelo, la commozione mi ha pervaso l'anima e più ancora il cuore. Stringendo tra le mie mani quel vostro fo- glio, mi è sembrato di vedervi tutti intorno a me, scolare e sco- lari della quarta B, con l'insegnante Donato Pepe e le l'esimio vostro Direttore Prof. Nicola Orlando. Mi compiaccio per tutto quanto avete in mente di fare in me- rito a ricerche sulla storia di Acerenza. Circa il vostro invito di venire nella vostra classe e par- larvi di persona, spero di fare il possibile prima della chiusura dell'anno scolastico. E di cuore grazie per aver imparato la mia poesia dal titolo " L'ora del Monte Vulture ", il monte che visto da Acerenza assu- me il suo aspetto più suggestivo, specie quando cala il sole. Quel sole che dalla torretta si vede salire dall'oriente a illuminare il letto scarno del nostro Bradano e l'agro tutto del nostro Comune.
A tutti il mio più cordiale saluto. Michele D'Andria.
