Padre Antonio Grillo
Da Acerenza wiki.
Padre Antonio Grillo, missionario in Guinea Bissau, è stato detenuto nella prigione fortezza di Peniche, come prigioniero politico. Gli organismi umanitari si sono molto spesso interessati di queste prigioni per denunciare le sevizie inflitte dalla polizia (PIDE) e la spietatezza del regime carcerario applicato in quell’ “inferno dei vivi” come veniva definito.
Padre Antonio, è animato da autentico spirito missionario, si avvicina agli africani con amore autentico, non fa distinzione di censo, di ruolo o di credo politico. La sua passione per gli indigeni insospettisce il regime portoghese di Salazar, che lo arresta come un sobillatore anti governativo. Ha subito diversi mesi di carcere duro. Poi ritenuto estraneo ai fatti che gli venivano contestati viene liberato, ed egli riprende il suo posto ed il suo lavoro.
Rientra in patria, ormai anziano e cagionevole di salute, ma gli africani non lo dimenticano e recentemente hanno dedicato al suo nome un liceo additandolo ai giovani come modello di dedizione, di impegno civile e di correttezza morale.
Dal sito web di Paolo Grappasonni, grazie alla segnalazione di Michele Iannuzzi, riportiamo:
Padre Antonio Grillo, di Acerenza, ha vissuto per diversi anni e con alterne vicende tra i Balanta di Bambadinca. Ha pubblicato un opuscolo nel maggio 1988 dal titolo: “I miei Balantas” dal quale traggo le sue esperienze più significative.
Aveva 26 anni padre Antonio Grillo quando, il 12 settembre 1951, partì dal PIME di Milano insieme a tre missionari su una jeep americana alla volta del Portogallo e della Guinea in Africa. Faceva parte della seconda spedizione missionaria del PIME in Guinea. Bambadinca è il distretto missionario al quale padre Grillo viene inviato insieme a padre Biasutti il 31 gennaio 1952. Dopo un anno di attesa per avere il visto dal governo portoghese, e dopo un viaggio avventuroso su una jeep e via mare, finalmente possono cominciare.
“Purtroppo - scrive padre Grillo - abbiamo dovuto accettare di fissare la nostra residenza a Bambadinca, villaggio dove erano anche le autorità amministrative portoghesi, perché queste volevano tenerci sotto il loro continuo controllo. Già a quei tempi non permettevano facilmente neppure a noi missionari che ci addentrassimo nella foresta per entrare in contatto con le varie tribù. Avremmo preferito un grosso agglomerato abitato dai Balantas come Sambasilate perché questi erano animisti mentre la quasi totalità degli abitanti di Bambadinca era mussulmana”.
In lingua mandinga “Bamba” significa “coccodrillo”, “Dinga” significa “tana”: e veramente negli anni ‘50 il vicino fiume Geba era pieno di coccodrilli.
Il villaggio di Sambasilate nel 1955 contava già 1750 abitanti in maggioranza della etnia Balanta, con pochi Papeis e alcuni musulmani. Sambasilate, che vuol dire “risaia”, fu la prima stazione missionaria del distretto di Bambadinca. Il motivo che spinse soprattutto padre Grillo verso questo villaggio fu proprio il numero dei suoi abitanti che, se convertiti, potevano attirare i villaggi minori.
Tra gli aneddoti raccontati da padre Grillo ne ho scelti un paio pubblicati sulla rivista “Venga il tuo Regno”.
“Un mese dopo aver ricevuto il battesimo morì Mateus Jàla, capovillaggio di Sambasilate. Fino a che Jàla aveva tenuto con sé quattro mogli, non era mai stato possibile pensare al battesimo, ma quando rimase con una sola, l’ultima, che aveva pure un bambino lattante, pensai che era giunto il tempo. Accettò.
Prima di morire aveva raccomandato ai suoi figli di non seppellirlo nel recinto del suo giardino, come si usa tra i Balanta, ma all’ombra della croce bianca innalzata al centro del villaggio. All’ora del funerale mi recai presso la capanna di Jàla a Sambasilate. Accompagnato da due chierichetti mi avviai verso il luogo della sepoltura, seguito dai portatori.
Ma ad un tratto mi accorsi che il cadavere era scomparso. Cosa era avvenuto?
Un anziano del villaggio mi assicurò che sarebbe tornato presto perché era andato alla palude per ‘lavarsi”. Infatti, di lì a poco i portatori riapparvero, ma dopo pochi passi li vidi fuggire nuovamente portando il cadavere su una barella improvvisata. Si dirigevano verso un’altra capanna.
Uno dei due chierichetti mi spiegò: “Jàla è andato a salutare i suoi parenti”. Finalmente, dopo una buona mezz’ora, i portatori riapparvero baldanzosi perché, secondo le loro credenze, si erano impossessati dello spirito del defunto e tutti operavano per la sua virtù. “Jàla, mi dissero gli anziani, non poteva lasciare questa terra senza salutare anche il suo amico missionario in casa sua”.
I portatori infatti si erano recati nella mia residenza. Qui, mi disse poi un giovanotto che aveva assistito alla scena, poco era mancato che sfondassero la porta con violenti colpi della barella, spinta più volte contro l’ingresso, in segno di saluto.
Quando tutto quel via vai ebbe termine ed ero già per benedire la salma prima di essere deposta nella tomba, mi vidi scappare i due chierichetti. I loro genitori avevano assolutamente proibito di assistere alla sepoltura, perché era di cattivo auspicio per i giovani. Benedissi la salma e me ne andai col proposito di ritornare dopo qualche giorno”.
Il secondo aneddoto riguarda Teresa. “Teresa è di razza Balanta. Aveva studiato il catechismo ed era stata battezzata. Era stata promessa sposa dai genitori a un uomo di un altro villaggio, ma lei si rifiutava. Per questo aveva già subito botte sonore e ferite da suo fratello, sconcertato da questo atteggiamento. Venne il famoso giorno fissato per il rapimento e la consegna della ragazza al promesso sposo: due robusti giovani aspettavano Teresa alla fonte, al sorgere del sole. Ma la ragazza, buttato via il recipiente dell’acqua, scappa alla residenza del missionario a Sambasilate. Supplicando e piangendo, bussa alla porta: “Padre Antonio, padre Antonio!”. Io dormivo ancora e quando aprii la porta, la ragazza, che si dimenava con tutte le sue forze, era già sulle spalle dei robusti giovani, che frettolosamente si allontanavano dalla mia casa. Tutto era stato ben studiato e calcolato: la ragazza venne imbavagliata e trasportata via fiume al villaggio del promesso sposo. Mi ero rassegnato: non potevo pretendere eroicità o il martirio di una fanciulla di 15-16 anni, neofita di pochi mesi e figlia di genitori non cristiani in un villaggio dalle tradizioni secolari e che tratta la donna come una schiava.
Ma padre Stevanin, mio collega alla missione di Bambadinca, venne chiamato dal Capo Posto che lo avvisava che una certa ragazza Balanta di nome Cecilia era andata a riferire il caso di Teresa al Municipio. Era un accordo tra Teresa e Cecilia: in caso di rapimento, Cecilia doveva ricorrere alle autorità portoghesi. Ora il missionario l’unica cosa che poteva fare per Teresa era di chiamarla con i genitori e alla presenza dell’autorità domandare cosa scegliesse. Interrogata dal Capo Posto per mezzo di un interprete, la ragazza timidamente rispose che era cristiana e non poteva sposare uno non cristiano che era già vecchio e poligamo.
La risposta della ragazza produsse meraviglia e sgomento in tutti i Balantas presenti, perché mai in vita loro avevano visto o sentito dire che una ragazzina si opponesse al volere degli anziani e andasse contro le loro tradizioni secolari. Lo sposo promesso pretese la restituzione della vacca che aveva dato al padre di Teresa per averla come sposa. Il papà della ragazza domandò a sua figlia la consegna immediata del panno che indossava alla maniera romana e che era l’unico indumento che aveva addosso. Il Capo Posto rimase imbarazzato per quest’ultima richiesta, ma il missionario chiamato in causa non si scompose: ritornò in residenza, prese un lenzuolo e lo portò alla coraggiosa ragazza che all’istante, e alla presenza di tutti, annodò il lenzuolo alla nuca e fece scivolare il panno nero e vecchio che la ricopriva consegnandolo al papà”.
Padre Grillo prosegue, sempre nei citato opuscolo, a raccontare altri episodi di vita vissuta tra i Balantas …..
Le credenze religiose in Africa sono numerose e fanno parte della cultura di ogni etnìa impedendo, molte volte, un vero progresso in cui i settori della vita sociale e individuale.
I Balantas, tra i quali ho lavorato come missionario dal 1952, sono il nucleo più numeroso e prolifico della Guinea Bissau.
Statura alta, costituzione fisica forte, intelligente, il balanta è festaiolo e grande bevitore di vino di palma e acquavite. Si dedica più di tutti alla coltivazione dei campi, particolarmente del riso e di arachidi, ma non rifugge da altri lavori. Per questo, durante il regime coloniale portoghese, è stato spesso sfruttato per la costruzione di opere pubbliche. Lavoratore instancabile si infiltra nelle terre vicine incolte ed abbandonate, trasformandole in fonti di ricchezza.
E’ noto in tutta la Guinea come ladro per eccellenza. Per lui questa è una professione, di cui si gloria nelle occasioni più solenni della sua vita. Il furto è considerato un atto di coraggio. di valentìa, di furbizia: tutte qualità necessarie per diventare e mostrare di essere un vero uomo balanta e poi domani essere ammesso al consiglio dei grandi del villaggio. Un uomo che non sappia rubare non è un uomo. Un proverbio balanta dice:”E’ proprio della donna dormire fino al canto del gallo”, ma uomo balanta di notte sta in giro, con il suo coltellaccio sfida le tenebre, tempeste, animali feroci e uomini. Un balanta non è degno di essere tale se per i funerali dei genitori non riesce a preparare molte vacche rubate da offrire in cibo agli intervenuti.
Maquia, un vero balanta, pensava di avere lo spirito (il Genio) dalla sua parte e quindi di possedere delle qualità che lo rendevano invisibile e invulnerabile. Ma una notte non gli andò liscia. Stava conducendo via una mucca, da un recinto non certamente suo, quando spuntò il padrone armato di doppietta che gli sparò a bruciapelo squarciandogli l’addome. Alcuni passanti al mattino videro Maquia immerso in una pozza di sangue. Lo portarono al villaggio di Sambasilate e richiesero subito il mio intervento. Dissi che il dispensario della missione non era in grado di curarlo, però mi offrii di portarlo immediatamente ai pronto soccorso del centro amministrativo di Bambadinca. Rimisi gli intestini nel ventre, con delle bende fasciai la pancia, saltai sulla camionetta e via. Ma anche a Bambadinca non vollero intervenire e ci indicarono l’ospedale regionale a 40 Km. di distanza. Ma quando tutto era pronto per l’intervento, Maquia spirò da vero balanta, senza emettere mai un lamento.
Riportai il cadavere al villaggio di Sambasilate e il giorno dopo vi fu un solenne funerale: furono sgozzate 17 vacche e il sangue arrivò fino al sentiero del villaggio. Pensavo in cuor mio che la morte di Maquia poteva servire da monito ai ladri di vacche, ma i coetanei del defunto ladro ebbero un’interpretazione diversa. Secondo loro lo spirito (il Genio, Iran) aveva ormai preso come olocausto uno dei più fieri e valenti ladri della loro tribù e quindi era ben disposto ad assistere e proteggere i futuri ladri di vacche. Il ladro diventava un eroe da imitare e il furto sarebbe stato un titolo di vanto nella solenne e massima festa e cerimonia della circoncisione (fanado), quando gli adolescenti sono riconosciuti uomini adulti.
I Balantas si credono circondati da molti spiriti. Al di sopra di tutti gli spiriti, buoni e cattivi, presiede N’Hala (dio), invisibile e senza fine. Gli spiriti più rappresentati con statuette sono: Frame-Fendam, cioè il Grande Spirito; Ulè Cubesse, spirito del furto; Fitine n’bitine, spirito del coltello; Uarà, demonio.
Nella casa del Grande Spirito (Frame-Fendam), generalmente costruita all’entrata del villaggio, risiede Ulè, lo Spirito Superiore. Ma in ogni capanna c’è la casa degli spiriti (Iran) dove il capo famiglia fa i suoi scongiuri offrendo sacrifici di riso e bevande alcoliche, dove invoca la protezione nei suoi affari e dove deposita il vomero quando è reso inservibile all’uso. I mediatori tra gli spiriti e le persone umane sono gli stregoni: in genere sono brutti o fisicamente menomati o di grande mole. Lo stregone, secondo i Balantas, ha il potere di trasformarsi in animale, iena o coccodrillo, e poi seminare distruzioni, malattie o mangiare le anime della povera gente.
Se uno muore è perché è stato ucciso da qualcuno. Questa è una credenza molto forte tra i Balantas. Se lo stregone ha deciso di uccidere una persona, oppure ne è stato richiesto, egli mangia l’anima del povero malcapitato.
Si spiega così l’usanza dei grandi del villaggio di fare il giudizio dell’anima del defunto. Di buon mattino, generalmente dopo la sepoltura di un cadavere o il giorno dopo, i grandi si recano presso la casetta funeraria (fram) dove sono ancora gli animali, vacche e porci, sgozzati. Due uomini caricano la stuoia come fosse una barella ricoperta da una coperta del defunto, mentre i parenti più stretti, spargendo riso preso da una calamo (piccolo recipiente vegetale) sulla coltre funebre, domandano: “Chi ti ha ucciso? Lo stregone dove ha cominciato a mangiare la tua anima?”. E così vengono fatte ancora molte domande sulle varie famiglie e sulle sorti del villaggio.
I grandi del villaggio interpretano i movimenti dei portatori della barella che è posseduta dallo spirito del defunto. A volte i portatori sono sospinti dallo spirito del defunto e vanno a sbattere contro qualcuno dei presenti: ecco quella persona è colpevole e viene pestata a morte.
Nell’ottobre 1985 moriva Damì, un balanta del villaggio di Sambasilate, un uomo sui 30 anni, a causa di un attacco di epilessia. Le comari subito commentarono: “Era Mali, sua moglie che doveva morire!”.
Secondo loro, Mali aveva fatto un contratto con il Genio: gli avrebbero offerto l’anima di suo figlio se fosse riuscita ad estrarre molto olio di palma. Infatti, con grande meraviglia delle colleghe, Mali riusciva ad estrarre il doppio di olio rosso da ogni fusto (tanborro) messo sotto bollitura. Soltanto alla morte del marito le donne seppero la spiegazione del fatto. E aggiungevano che proprio Malì doveva essere mangiata dal Genio, ma lei riuscì a fuggire lontano lontano e così il Genio, per vendetta, si era mangiata l’anima di suo marito.
L’acqua è vita, è gioia. Dopo mesi e mesi di secco, è una vera allegria guardare la pioggia cadere e i bambini nudi sguazzare nelle pozzanghere e lavarsi con l’acqua che scende dai tetti. I mesi di pioggia però si sono ridotti a quattro: da luglio a ottobre. La siccità aumenta. Prima del 1960 si avevano sei mesi di pioggia con 1600-1800 mm. annuali, ma ora la quantità tende a scendere sotto i 1500 mm. ed è molto irregolare.
“Nei primi dieci anni passati in Guinea (1952-1961) - prosegue Padre Grillo nel suo racconto - non ho mai sentito parlare di grave siccità o di insetti che mangiavano il riso. Durante la guerra per l’indipendenza (1963-1974) si è riusciti ad andare avanti, ma con la fine della guerra e la crisi mondiale per il prezzo del petrolio, il riso è diminuito e l’acqua potabile è cominciata a scarseggiare.
La Guinea Bissau è impreparata a fronteggiare la siccità e l’avanzare del deserto soprattutto per l’influsso della regione del Sahel. Anche Sambasilate, il distretto missionario dove opero, è stato raggiunto dal grave problema della mancanza d’acqua. Il governo ha progettato lo sbarramento di Udundumar, un affluente del fiume Giuba, e con quell’acqua dolce potrebbe irrigare le risaie dei due grandi villaggi di Nabijoes e Sambasilate così da produrre riso per le due regioni di Bafatà e Gabu, quasi metà della Guinea. Ma i grandi progetti non sono facili da realizzare.
In genere i villaggi sorgono vicino a delle sorgenti o a ridosso di bassorilievi e così per decenni hanno attinto acqua. Recentemente le falde acquifere si sono abbassate e si è dovuto ricorrere ai pozzi. Ma anche i pozzi sono dovuti aumentare di numero e andare sempre più in profondità”.
Come ho più volte sottolineato, in Guinea Bissau la donna è soggetta a lavori non indifferenti. Anche padre Grillo conferma la mia esperienza. “Tre lavori principali sono sono giornalieri: quelli per il riso, per la cucina e per l’acqua”.
Cucinare l’unico pasto di tutto il giorno è un lavoro riservato alla prima moglie o alla donna più anziana. Le altre donne devono provvedere al resto. Il riso va pulito nel mortaio: separare la pula e la pellicola rossa che avvolge il chicco. Questo va fatto ogni volta prima di cucinare, per avere così il riso saporito e dalla fragranza fresca. E’ un lavoro pesante. Il mortaio è un tronco d’albero di legno duro, il bassilon, scavato all’interno e con un piede rotondo, alto circa 70 cm. e con un diametro di 40 cm.; il paletto di circa 140 cm. è usato ritmicamente da due o tre ragazze che pestano contemporaneamente. Dopo la prima battitura di un quarto dora il riso viene messo in cesti piatti e poco profondi (balai) per tirar via la lolla. Poi si ha una seconda battitura e coi cesti si prepara la pula. Infine la terza battitura è più delicata per non frantumare il riso che lentamente si sbianca ed è pronto per essere cucinato. E’ così passata una buona ora di lavoro.
Per cucinare occorre la legna. Le ragazze escono dal villaggio alla ricerca della legna nella foresta. Portano una scure speciale detta “manjado” e tagliano rametti che legano in piccoli fasci. Poi si avviano verso casa quasi correndo per liberarsi al più presto del pesante fardello.
Quindi il riso viene cotto lentamente in poca acqua così che dopo sia facile prenderlo con le mani per portarlo alla bocca. Sono necessari tre quarti d’ora per preparare un piatto di riso sul quale metteranno qualche intingolo composto di erbe o foglie commestibili ben pestate nel mortaio oppure del latte inacidito.
Un terzo lavoro giornaliero è la provvista dell’acqua: serve per la cucina, per lavarsi, per bere. Con grossi recipienti di creta di 15-20 litri sulla testa le ragazze vanno alla fonte oppure al pozzo.
Nell’attesa di avere un figlio, il cuore di una donna guineana si ingrandisce nel desiderio potente di diventare madre. Per gli innumerevoli problemi di alimentazione, di lavori pesanti, di igiene, di malattia, di usanze razziali e sociali, non è facile per una donna africana avere figli.
La donna sposata, pur di avere la speranza di dare alla luce un figlio, si assoggetta a tutti i sacrifici, a tutti i riti religiosi, magici, superstiziosi. Per esempio: mangerà una specie di fango che è la secrezione della regina madre delle termiti e che si trova nel formicaio, alcuni metri sotto terra. Non è difficile vedere donne che, su prescrizione dei fattucchieri, portano sulle spalle delle pupe africane fatte di osso di vacca: servono per impetrare dall’iràn (lo spirito) la fortuna di portare presto bimbi veri, un proprio figlio.
L’attesa alle volte dura diversi anni dopo il matrimonio, anche a causa della poligamia, delle malattie veneree che si trasmettono da una donna all’altra dello stesso focolare. La percentuale di donne sterili è elevato ed anche la mortalità di donne partorienti è impressionante. Non si ha alcuna assistenza al parto.
Il giorno del parto non c’è una culla per il neonato ma solo una stuoia sulla nuda terra: non c’è pericolo che il bimbo possa cadere dal letto! La madre depone il bambino sulla stuoia con qualche straccetto, mentre fuori la capanna vicino al fuoco si preparano decotti e riscalda acqua bollente per espellere sangue raggrumato e fermo nell’utero.
Sulla porta di casa la puerpera mette un’ascia, non tanto per annunciare la felice nascita del bimbo, quanto per avvisare gli estranei di non entrare in quella casa per otto giorni. Lei stessa cingerà i suoi fianchi di cianfrusaglie, suggerite dallo stregone, e al collo del bambino appenderà degli amuleti per ottenere la protezione dello spirito. La nascita di gemelli è presagio di sventure e in passato uno (anche adesso qualche volta) veniva abbandonato ai margini della foresta in pasto agli animali. La posizione del nascituro è importante. Se appare con i piedi invece che con la testa, sarà una disgrazia per la mamma: seguono perciò delle complicate cerimonie per placare l’iran. Una donna balanta, se per necessità esce di casa prima della caduta dell’ombelico, porta con sé un oggetto di ferro (forbice, tenaglia o coltello) per scacciare il malocchio.
I bambini piccoli hanno bisogno di tante cure. Di giorno si vedono, vestiti soltanto di sole, trastullarsi con oggetti insignificanti: non esistono giocattoli, eccetto qualche scatola di sardine trascinata con una funicella oppure vecchi copertoni di militari che fanno da cerchio. Si rotolano per terra ed è impossibile tenerli puliti. Tutto ciò che li circonda è terra, sabbia, polvere ed è facile che portando le mani in bocca, siano soggetti a molte infezioni.
Pericoli di ogni sorta sovrastano i bambini svezzati e liberi dalle spalle della madre. Sempre scalzi in casa e fuori, è facile che si feriscano tra le spine, pietre appuntite, radici sporgenti dal suolo, oppure che siano morsicati da serpenti o scorpioni.
Tra i bambini imperversa la malaria (paludismo) con diarrea e anoressia, molti sono vittime della varicella, morbillo, scarlattina (sarambo). Una volta incappati in una delle diverse malattie tropicali, pochi sopravvivono. Su sette bambini fino all’età di cinque anni, soltanto quattro riescono a sopravvivere.
L’80% dei bambini guineani non riesce ad andare a scuola. La stessa mamma non sa per quale motivo bisogna andare a scuola, lei stessa non è mai andata e non ne ha quindi l’idea. Il governo insiste perchè si frequenti anche se ciò è possibile solo nei grossi villaggi. La scuola spesso non è un vero e proprio edificio, ma una sala o un albero ombroso, ed i genitori che ne sono contrari, fanno scomparire il bambino mandandolo a vivere da parenti in un piccolo villaggio dove non c’è scuola. I bambini lavoreranno come pastorelli di vacche, vestiranno solo un cerchietto di liane, andranno a caccia di scoiattoli o di topi di risaia (che abbrustoliti pare siano saporiti) oppure a pesca.
Le giovinette africane si rendono utili in mille modi. Non hanno molti vestiti, ma usano del loro corpo seminudo per apparire belle. Per ore, adagiate col capo tra le gambe delle loro amiche, si tessono capigliature artistiche usando i loro capelli corti e ricci. Il petto, le spalle, le gambe, le braccia e molte volte anche i seni, sono ricamati con simboli di animali o di piante, e tutto è fatto con incisioni sulla pelle con punte di coltelli e con succhi di qualche pianta, come il cagiù, che dà una particolare colorazione; poi con la cenere vengono asciugati e disinfettati i diversi tatuaggi.
I balli notturni stagionali, le feste in occasione della circoncisione (fanado) dei giovani, i funerali degli uomini anziani, le feste annuali, sono tutte occasioni per esibirsi con canti e danze.
I lavori non mancano mai. Appena alzate, senza bisogno di sistemare i letti e mobili che non esistono, con un barattolo di acqua si lavano fuori della capanna. Non c’è sapone e neppure creme e profumi da usare. Per la pulizia dei denti c’è sempre tempo per strada andando al lavoro: un rametto fresco e appuntito sotto i denti farà da spazzolino e da dentifricio.
Giunte alla risaia o al boschetto per la legna o al pozzo per l’acqua hanno tempo per chiacchierare con le coetanee, ma verso mezzogiorno si deve pulire il riso. Dopo il pranzo partono in gruppo con una rete a cerchio per andare a pescare e sperano di avere così un pò di pesce per condire il riso. Rientrate nel villaggio usano una graticola di canne di bambù per affumicare il pesce preso e conservarlo.
