Pasquale Vosa

Da Acerenza wiki.

Indice

INNO ALLA STRADA

Per l'inaugurazione della strada rotabile POTENZA - ACERENZA

E' una felice descrizione della vita e della natura che la nuova strada ravviva, serpeggiando sui fianchi del colle acherun- tino. L'inno inizia con l'invito ad Acerenza a rallegrarsi perché l'isolamento è terminato. La prima carrozza trainata da cavalli, scivola sulla nuova strada, attraverso il ponte di legno del Bradano e sale il pen- dio, saluta la fonte di S. Marco, ed entra nella natura agreste ricca d'ulivi, vigne e giardini Acheruntini. I ragazzi festanti si aggrappano alla carrozza per gioco e poi tornano a correrle intorno. Finalmente è sulle strade selciate del paese, ove lo scalpitio dei cavalli e il rumore rimbombano richiamando l'atte nzione degli abitanti. La carrozza fa il giro del paese nel giubilo festante del popolo. L'autore ora canta ad Acerenza le speranze e i voti per un futuro migliore che la strada potrà realizzare. Ricorda i concittadini ormai defunti che hanno nutrito quell'attesa ed oggi finalmente potranno riposare soddisfatti per il raggiungimento del loro sogno. Il futuro sarà più animato, ricco di' scambi commerciali. Verranno merci nuove ed estere ed il benessere si riverserà nel paese. I prodotti delle nostre contrade, genuini e di qualità si diffonderanno in ogni dove, portando con loro una parte di noi, rendendo grande e famoso il nostro paese.


Vecchia Acherunzia, allegrati,

All'armonia ti desta,

Per le tue mura storiche

Oggi è letizia e festa,

Da lunghe attese in palpiti

Solenne è questo dì.


Vivevi sul tuo vertice

Scontenta ed infelice

Che non solcasse un tramite

La bella tua pendice,

Ricche di messi ed alberi

Di genio e di splendor.


Ecco dai balzi scendere

Della Cirasa un occhio:

Impaziente un popolo

Fissa in quel punto l'occhio:

E aspetta, aspetta in ansia,

Gli batte il cor in sen.


L'alma quadriga equabile

Per l'ampia strada incede,

Bella, fulgente, nitida

Sembra d'un re la sede:

Forti destrier la portano

come una piuma al vol.


Arriva il fiume-scoppia

Del postiglion la frusta:

La gran travata cigola

Del caro pondo onusta

E all'altra riva valica

Con alta maestà.


E serpeggiando affacciasi

Sull'altopian del monte,

Vede contrade splendide,

E di S. Marco il fonte,

Valli d'ulivi floride,

Di vigne e di giardin.


E sale, sale - l'aere

Raffesca e cala il giorno:

Ragazzi a torme irrompono

Alla quadrica intorno,

S'appendon retro, scendono,

Ritornano a scherzar.


Giugne in città - s'insinua

Nei cittadini calli:

Suona la selce al battito

Di ruote e di cavalli:

Alle finestre affollansi

Le donne e i garzon.


Gira in trionfo il circolo

Dell'acheronzio nido,

E mille petti scoppiano

In un immenso grido,

Grido di festa e giubilo,

Grido di gioia e amor.


Oggi al consorzio Italico

Vieppiù ti sei congiunta

Col careggiabil tramite:

E a nuove sorti assunta,

Ti risaluto o aerea,

Fantastica città.


Oh quante cure assidue

Da settant'anni, e studi,

Quante speranze fulgide,

E disinganni crudi

Non ti costò quest'opera

Che oggi compita è alfin.


Questo desio vivissimo

Dei nostri vecchi padri,

Che li facea rivivere

Nei sogni i più leggiadri

Pur nel sepolcro scesero

Con quel desio nel cor.


Oggi in eterei spiriti

Sorgo n dai muti avelli

Ed al comun tripudio

Prendon parte anch'elli,

Come nei dolci gaudii

Di lor passata età!


Vecchia Acheruntia allegrati,

All'armonia ti desta,

Per le tue mura storiche

Oggi è letizia e festa,

Che un orizzonte schiudesi

Di splendido avvenir.


Ora verran veicoli

A darti moto e luce,

D'opime spoglie carichi

Che l'Indo e il mar pruduce,

E d'ogni ben dovizia

In te si verserà.


E aspoteranno in cambio

Per l'Italia contrade

I tuoi frumenti lucidi,

Orzi, foraggi e biade,

E i velli candissimi,

Che offron gli armenti a te.


Si aspoterà la lagrima

Che stilla dagli ulivi:

E il vin possente ambrosio

Dei tuoi ridenti clivi

a rallegrar gli spiriti

Di fredde genti andrà!


E sarai grande o Patria,

Ricca, lieta, felice,

Di civiltade al soffio

Nell'alma tua pendice:

E luminoso il Genio

Aleggerà sù Te.


PASQUALE VOSA Acerenza 20 giugno 1878


PEL VARAMENTO DEL PONTE METALLICO SUL BRADANO

Questo canto scritto il 12.7.1877, inizia con l'elogio alla intelligenza, scintilla dello spirito divino, che anima l'uomo, rendendolo capace di conoscere, comprendere le leggi della natura e grazie alla scienza, di creare nuove condizioni di vita. Le nuove scoperte: l'elettricità, le macchiene a vapore, percorrono lunghe distanze, sulla terra, sui mari, nelle gallerie di montagna. E' motivo di festa per tutta la Lucania la costruzione di un ponte di ferro, perchè è principio di miglioramento di vita, è possibilità di creare una rete di scambi, conoscenze e comunica- zione. La Lucania, il poeta si augura, potrà tornare ad essere grande come nel passato, ora che il treno fischia anche sui suoi monti innevati. Il poeta si sofferma a descrivere l'animata costruzione del ponte. Vede i pilastri già pronti accogliere con gioia il peso delle travi in ferro, che saldati su di essi, uniscono in un abbraccio fecondo le due rive, mentre il popolo esprime tutta la sua gioia e la soddisfazione per l'opera compiuta. Poi si rivolge al fiume, lo invita a restringersi sotto la nuova costruzione, lo esorta a non infuriarsi contro i suoi sostegni. Questo fiume, che da millenni porta le nostre acque al mare, sulle cui sponde Pitagora passeggiava, seguendo le sue teorie, è stato spettatore di tanta nostra storia e testimonia ancora quando i greci, qui residenti, la chiamarono"Magna". Il poeta ivita alfin lo spirito creativo di Pitagora a scendere tra noi per cogliere i frutti dell'ingegno operoso, per esprimere un augurio e partecipare alla gioia. L'ultima strofa è una sintesi poetica di quanto si era scoperto nella comunicazione a distanza alla fine del 1800 e di quanto questo appariva insperato, ma mentre non c'è nessun'idea delle altre vie di comunicazione future, c'è una chiara profezia per il pensiero umano applicato, cioè la Scienza, che secondo il poeta rivelerà nuove mete che trasformeranno le distese abbondo- nate in giardini fioriti.


Gloria al Genio dell'uomo; all'immortale

Spiro divin che sfavilla in core,

Che per terre e per mar distende l'ale

Con l'ago, con l'elettrico ed il vapore,

Che squarcia il fianco alle montagne, e sale

Col treno ardente ed ispide dimore,

Che penetra le viscere profonde

Di mari e fiumi per domarne l'onde.


Come sereno è il di! - come odorata

L'aura ci batte per la fronte e il viso!

Una gioia per lunghi anni aspettata

Si scorge in ogni volto, e un sorriso:

Godi, Lucania mia, terra incantata,

Godi, Lucania mia, mio paradiso.

Oggi in riva al Bradano anelanti

Tre popoli s'adunano festanti.


Nei tui bei luoghi un giorno prosperose

Sorgean cittadi e ville, alte castella,

E ponti e strade e terme dilettose

Architettate con figura snella,

Licei, portici e scuole valorose di cui la

fama ancor pel mondo è bella.

Tutto, sparve, o Lucania, e la memoria

Sol ti restò quell'antica gloria


Ma grande tornerai - dolce soggiorno

Diverran queste balze e queste rade:

Dal monte al pian t'avvolgerà d'intorno

Immensa arteria di novelle strade,

Donde la civiltà farà ritorno

Di Pitagora e Archita alle Contrade.

Odo, Lucania, pel tuo ciel ridente,

Un nuovo spiro, un fremito si sente.


D'un'altra vita è il fremito amoroso,

che per le vene si trasfonde e avviva:

Già sulla cima dell'Appenin nevoso

Passa fischiando la locomotiva;

Per metallico fil misterioso

vola il pensier con la parola viva,

E sorgon porti e strade, e scuole e ponti

Sulle spiagge del Jonio e in cima ai monti.


Gloria al Genio dell'uomo, a questo grande

Supremo imperator della natura!

Oggi in riva al bradano si spande

Di sua possente man nuova fattura:

Oh! come svelte, nitide, ammirande

Si estollon dalle pile ambe le mura.

Par ch'elle aspettin sul terren commosso

Che alcuna cosa lor si slanci in dosso.


E ferve l'opra - battono i martelli

Stridon le ruote tutte in movimento:

L'immensa mole di metallo i belli

Suoi fianchi avanza in moto lento lento.

E cammina cammina e sui gemelli

Pilon si asside in lieto portamento.

Scoppia un grido di gioia, un lungo evviva

Stretta in amplesso è l'una all'altra riva.


Sei bello, o ponte, dall'aspetto ardito,

Le braccia in sull'arena e i piè nell'onda.

A salutarlo, o genti oggi vi invito

Con inni e canti e melodie goiconde.

Ecco daglo olmi del ricurvo lito

Il grato cor del popolo risponde

Con lunghi plausi e fervide parole

Con spari e fuochi e cantici festanti.


O vecchio fiume tu non mai sei stango,

Fremendo sempre ti chinò la storia:

Vien quà, restringi il fremebondo fianco,

E passa sotto a quel trofeo di gloria:

Lo spirito nostro assicurato e franco

Guardando il gorgo tuo canta vittoria;

E invan tempesterai contro del massso,

Ormai sull'acque tue libero è il passo.


Tremendo e caro sei, classico fiume,

Mille memorie tu ci desti in core!

Sulle tue rive profumato il lume

D'un profondo sapere ebbe splendore;

Ed una razza dal civil costume,

Potente d'intelletto e di valore,

Visse beata sulla tua campagna

Grande così che l'appellaron magna.


Per queste valli tu vedesti il lampo

Dei latini guerrier, l'impeto forte,

E d'Anniballe dispiegarsi il campo,

E di Marcel, tradito dalla sorte.

Qui Spartaco fuggente e senza scampo

Alzò le tende, e, spregiator di morte,

Dette battaglia e cadde, anima indoma,

Eroe di libertà, fatale a Roma.


O fiume, nel tuo flutto, il piè bagnava

L'altra città di Metaponto - e a sera

Per le tue spiagge solitario errava

Pitagora, il divin, con fronte alterai

Ei l'elastico guardo al ciel fissava

Parlando agli astri ed alla notte nera,

E discoprendo ignoti monti già,

Dè numeri gli arcani e l'armonia.


Di Pitagora, o spirito immortale,

Scendi raggiante dà siderei regni,

Vieni in queste pendici e dirci vale,

Oggi del tuo pensier non siamo indegni,

Prendi l'ispiratrice arpa vocale,

Armonizzi ai tuoi figli il cor,gl'ingegnii

E saluta con essi, o Sofo austero,

Il monumento dell'uman pensiero.


E cantiam tutti: - Gloria all'uomo, al grande

Rivelator di vertini orizzonti,

Che in fiorito giardin muta le lande,

Ch'anima i marmi, e fende l'alvo à monti

Che il Genio suo per terre e mari espande

Con la pila e il vapor, con strade e ponti.

Gloria all'uomo - egli è il Re della natura

Dell'Universo la maggior fattura.


Acerenza 12 luglo 1877 PASQUALE VOSA

PER LA VENUTA IN ACERENZA DI S.E. EMANUELE GIANTURCO

MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA


Ecco! Acerenza, come al tempo Antico,

Torna festosa e splendida d'affetto:

stende le braccia al suo più caro Amico,

Viva la fede le rinasce il petto.


Affratellata al Collegio il suo nome

Grida, ed onori unanime gli dona,

Al giovane ministro orna le chiome

Del fiore della laude e di corona.


Ridesta in Appennino ecco ripete

Di Raffaello la grande festa e il grido,

Con pari slancio e più sentito, in liete

Voci risponde di Lucania il lido.


Non qui di Roma son colonne e sacri

Fastigi d'arte ed opere geniali;

Non piazze risonanti e simulacri

Per celebrare a te le trionfali.


Nè si è in Olimpia, dove si fioria

Di sacro olivo il civico valore,

E a voi sugli inni Pindaro rapia,

Ternando le gesta il vincitore.


Ma come meglio sa nostra cittade

T'offre d'affetto e d'amistà tributo,

Alza bandiere, popola le strade,

E ti rende cordiale il benvenuto.


Di queste terre il popolo credente

Di tuo destino al fulgido miraggio,

Per la magia che esercita possente

L'ngegno a te s'inchina e rende omaggio.


Salve, Ministro! in mezzo al tuo fedele

Collegio tu lo spirito giocondi;

Fortuna ti sorride, Emanuele,

Bene a nome fatidico rispondi.


Largo spandi su lui i benefici,

Tua eloquenza ne affida e il vivo ingegno;

Con savie leggi ed opere felici

Al popol tuo doni amoroso pegno.


Qual delirio di gioia e di vittoria

Per te saria, per queste terre lasse,

Se il fischio di vapor sbuffasse in gloria'

Dal doro sonno Bradano destasse.


E quel giorno verrà: verrà se il lampo

Di tua eloquenza, e l tuo volere aiuti:

Questi storici monti avranno scampo,

Ora di cambi, e d'arti industri muti:


Mentre un tempo lontan, siccome sole,

Sorgente, ogni altra civiltà brillava,

Fiorendo il luogo di città e di scuole,

E il divino Pitagora insegnava.


Torni al prisco splendor, torni alla madre,

che il latino disposa al genio Elleno,

E giocondo di nuove opre leggiadre,

Di felice ubertà torni il suo seno.


Qual gloria fia per te, quale splendore

Se mai di terre in abbandon, chiamato

Tu fossi Emanuel liberatore!!

Non dissi forse che il tuo nome è il fato?


Alto Ufficio di Stato è anche la scuola,

Che educa e informa il rifiorente sangue

Della Nazion: lo spirito si invola

E il senso impera, dove quella langue.


Di là, quale in vivaio da rude scorza

Sboccia la gemma dell'intelligenza;

La scuola infonde dignitate e forza,

Il carattere tempra e la coscienza.


Ricrea Stato e Città, chiesa e famiglia,

Asserve la natura e plasma l'arte,

Che col riso del bel la vita ingiglia,

E infutura il pensier a eterne carte.


Di scuola sorge il genial statista,

Che a popol caduto alza il destino,

Sorge il guerrier dalla fulminea vista,

Cavour, o Gracco, o Cesare divino.


Fu già Ministro d'Istruzion nel Regno

Che in coraggio civil desti alta prova,

Bene a ordir ti accingesti il gran disegno,

Dandole impulso a rinascenza nova.


E ravveduta gioventù, cui ardore

D'età, trasmoda, gioventù che è aprile

Della Patria è speranza ora di cuore

Assente e plaude all'opra tua civile.


Or d'altro si letizia e ricrea

Spiro vital l'ausono insegnamento:

Torno tempio di scenza, e non plebea

Palestra di licenza e incitamento.


Ma sull'aure ne arriva un'altra voce:

Dall'Alpe al mar in ogni Itala stanza,

Batte l'annunzio elettrico veloce;

E asurgon questi monti in esultanza.


Or ora a lui tra le vegliate carte

Temi comparve, la pensosa iddia,

Pallida, austera; il so favor gli imparte,

Come della materna simpatia.


il suo spirito divin gli alita in fronte,

E gli schiude davanti alta dimora,

"Ed entra, dice, nel mio tempio, conte

Ben sono a te mie leggi, entra ed adora".


Della Giustizia e della Grazia al Regno

Va, va, Ministro ed al saper latino

Aggiunga nuovo lume il vario ingegno,

Che il ciel ti largì sì peregrino.


Va la Giustizia è Sacerdozio e scienza,

Dottrina ad arte; è l'equità, la legge;

E' faro e sole di civil sapienza,

Il perno che il social ordine regge.


Ella dà pace e sicurtà, il delitto

Folgora, e benedetta in ogni gente

Librando passa e dispensando il dritto,

Eguale col tapino e col potente.


Spesso a temprare il suo rigor, che incoglie

L'uomo soccorre la clemente grazia,

Tergendo il pianto di materne doglie,

Poi che il delito a volte è una disgrazia.


Va, va, Ministro, nobile, sublime

E' affidata a te nova Missione;

E anche Giustizia, in pure ed altre cime

Da te servata ti darà corone.


Ora due tazze colme di rubino:

Con una a te, cui si fidò la cura

Dell'Itala Giustizia, a te propino,

A tua gloria presente e alla ventura.


Con l'altra innalzo il brindisi all'Italia,

E alla gran Roma che in spirito regge

Anch'oggi il civil Mondo, a cui fu balia,

Col sorriso dell'arte e immortal Legge.


Or tutti invito, dal Ministro al fante,

A bere a Italia e al Re col core in gioia,

E a scioglier grido unisono, squillante

Viva l'Italia e Umberto di Savoia.


PASQUALE VOSA Acerenza 22 Settembre 1897

ACERENZA

"...Tu la libellula, ma quella è l'aquila, tu il cerbiatto, quella il leone Roma è l'immenso, cielo ~d oceano... Tu sei la gocciola, la parvità". V'è in queste espressioni la forza della presenza: tu sie, Acerenza, piccola ma hai l'ardire di specchiarti nel grande tempo storico, di erigerti su una cima appenninica per spaziare su vasto territorio. E nella tua realtà di parvità sei comunque grande per l'ingegno dei tuoi uomini, per le tue donne amabili, viperee e snelle, per i tuoi colli ove alligna la vigna, prosperano l'ulivo, l'ombrosa quercia, rsplendano al sole i campi di grano. Tu Acerenza, vanta la tua presenza storica, le tue mura, il tuo castello, il tuo tempio son prova di storia vissuta.


O dolce patria, vecchia Acheruntia

Sospir dell'anima, natio soggiorno,

A te sollecito redio con giubilo

Col cor sommesso a te ritorno.

Mi lascio indietro Roma la splendita,

Roma l'eterna città gigante,

Cui consapevoli chinansi avante

L'alma d'Italia cento città.


Che tratto immenso di core e d'uomini

Sospir dell'anima, natio soggiorno,

A te sollecito redio con giubilo

Col cor sommesso a te ritorno.

Mi lascio indietro Roma la splendida,

Roma l'eterna città gigante,

Cui consapevoli chinansi avante

L'alma d'Italia cento città.


Che tratto immenso di core e d'uomini

Corre al pensier nel paragone:

Tu la libellula, ma quella è l'aquila,

Tu il cerbiatto, quella il leone,

Roama è l'mmenso, cielo ed oceano,

Roma è il sublime, il grande, il bello,

Del civil mondo madre ed ostello;

Tu sei la gocciola, la parvità.


Pure a vederti torno con ansia

Mio nido parvolo, nido d'amore:

Tra rosei nuvoli quando il tuo vertice

lo scorsi, in palpiti mi balzò il core.

Non v'ha grandezza, gioia che valgono

La religione del natio loco,

Questa dell'anima è vita e foco,

Che ha dive tempere, Che mai non muor.


II


Ah! tu sei bella, parva Acherunzia,

Posta a cavallo sopr'ardue cime,

Ai venti, allaere le chiome libere

Il capo estolli erto, sublime.

Apri le braccia su boschi floridi,

Sui colti prosperi, pingui vigneti

Per colli e valli d'ulivi lieti

Il vecchio Bradano ti bagna il piè.


Non hai splendori d'arte e d'ingegno,

Piazze marmoree, fori sonanti,

Fasti e grandezze d'ori e d'industrie,

Ville magnifiche, terme eleganti.

Non hai la vita possente, fervida,

Le glorie e il vortice della cittade,

Non prosperosi teatri e strade,

Non hai Senati, non armi e re.


Ma pue sei bella per i tuoi nitidi

Modesti ostelli d'eletto gusto,

Per la gran mole di maggior tempio

Che bruno elevasi, solenne augusto,

Vivificante, presso t'è l'aere,

E dai pinnacoli girante il monte

Godi un immenso vario orizzonte

Quale nel mondo non v'è più bel.


Hai l'abitante d'ingegno vivido,

Pronto nell'opera, d'acuta mente.

Con un pò di borea, al bene vivere

Un pò proclive, un pò indolente

Hai donne amabili, come una rundina

Molli ondeggianti, viperee e snelle,

Con l'occhio limpido come gazzelle,

Dolci siccome favo di miele.


Si, chi ti vede città fantastica,

T'ama e t'ammira, nido sublime:

Ah! fu un capriccio genia l, bellissimo

Metterti a seggio sopr'alte cime.

Fu idea bizzarra farti su un culmine

Donde discopresi fuga di monti

Dai rotti vertici, all'aspre fronti,

Che avalla e snodasi al piano, al mare


E d'ogni parte scene incantevoli

D'amore e vesperi, di paesaggi,

E il pian d'Apulia diletto a Cecere

Riscintillante del sol ai raggi.


Più in là nell'aria effusa e limpida

Il mar dell'Andria, monte Gargano,

E il sacro Ionio, mare lucano,

Di antiche glorie campo ed altare


Te pure abbella di serto florido

Di tralci e pampini l'attrice vigna

Che su pei colli, e a fiume in margine

Lussureggiante, feconda all'igna


Donde distillasi ambrosio nettare

Che in tersi calici gorgoglia e splende

Or biondo or roseo, che gli estri accende

D'amor, di gaudio, di libertà.


Te pur giocondo l'ulivo prospero,

L'albero a Pallade sapiente sacro

E fiumi e monti e te pur versano

Per colli e pascoli terso lavacro.

E te propizia l'annosa quercia

L'albero sacro del sommo Giove

Che all'uom dispensa, al gregge, al bove

Il fuoco, il apscolo, l'ombra in està


Ah per un'ora io vorrei riedere,

Un'ora sola tornar fanciullo:

Per i tuoi valichi seguir le lucciole,

Scherzare, ridere, menar trastullo.

Porre a tumulto la casa, correre

Per vie, per tramiti come augellino,

E con impavido moto felino

Girar sui tetti del patrio ostel.

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