Rocco Saracino
Da Acerenza wiki.
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La poesia matura di un giovane poeta
Percorso culturale di Mario Santoro
Rocco Saracino si consegna al pubblico con un suo ponderoso volume di poesie dal titolo "Percorsi di cielo" che presenta una espressione poetica suggestiva ed accattivante, ricca di immagini significative, dinamica nella composizione, facendo ricorso ad un linguaggio rapido ed impressivo eppure a tratti meditato e riflessivo, con rimandi a situazioni lontane nello spazio e nel tempo. C'è, e lo si può cogliere sin dall'inizio, un rigore linguistico che consente poco all'abbandono, un'attenzione nella scelta terminologica e nella configurazione immaginativa, una tendenza continua alla sovrimpressione di immagini destinate ad evocarne altre, una possibilità ampia di leggere per tratti soprasegmentali. E così sincronie di situazioni, presenti e vive nel subconscio, diacronie di memorie rivissute attraverso umori, profumi, palpiti, riferimenti, suoni, ombre, richiami, risultano costanti nel lavoro poetico di Rocco Saracino e aiutano a determinare prospettive future, vicine o lontane non importa, percezioni appena avvertibili, sentimenti apparentemente appena annunciati eppure intensi nella forza prorompente. Generalmente le emozioni costituiscono fili conduttori, quasi ragnatele dell'anima, miracolosamente intatte nel precario equilibrio che il poeta mostra di saper mantenere. E continuo a condividere quanto scrivevo in prefazione al volume, alcuni anni fa: "In Saracino, sebbene giovanissimo, c'è la capacità di utilizzare al meglio il linguaggio, di plasmare le parole, di piegarle alle idee, di mantenerle in un clima di inferenzialità difficile da realizzare, di non cadere, se non raramente, nell'autolesionistico tentativo della denotazione e della referenzialità esplicativa, di lasciare sempre un velo di ambiguità che non sconcerta il lettore ma gli offre alternative e scelte che potrà fare seguendo la sua soggettività, incomunicabile nella originalità". La poesia si muove nel passato che ritorna prepotente e prorompente, pur avendo propaggini nel futuro. E lo sguardo va indietro nel tempo fino all'infanzia con gli spazi delle campagne aperte, i profumi naturali, le corse libere, le tensioni fino ai lontani orizzonti e anche oltre gli stessi:
"…affacciava
la prima curiosità infantile
dove le stelle battevano le ciglia
come umidi occhi lontani"
E dalle prime curiosità svariate ad un sentimento che si fa più radicato e profondo nella nostalgia della lontananza e del ricordo:
"La casa del primo vagito
…il tetto crebbe di fantasmi".
E andando ancora indietro, o rimanendo all'iniziale vagito, val la pena notare i versi della prima poesia che sono una sorta di dichiarazione narrata dell'autore delle proprie origini con la consapevolezza anche orgogliosa delle stesse;
"La terra mi partorì di notte,
mentre il mondo assestava le sue coltri,
di notte respirai il primo respiro
e l'aria fu in me ed io nell'aria.
Uscii nella radura bianca di luna
sospinto da un'oscura forza vegetale
solo e nudo nel mantello buio,
un naufrago che il mare espelle
scaraventando il corpo sulla sabbia".
Così la dichiarazione è chiara e non ha bisogno di spiegazioni ulteriori perché il linguaggio tende al poetico narrativo ed invita al pausativo rapido mantenendo il fascino della fiaba e la musicalità ritmica e annunciando già le conseguenze future che saranno indicate subito dopo nel pessimismo che animerà i versi:
"Sono oggi una calza senza piede
afflosciata sull'opaco pavimento,
una foglia vizza che rantola,
nella bufera…"
Ma il passato al di là delle dichiarazioni, non è tormentoso e lacerante o, peggio ancora, ossessivo: è quasi un dato reale che torna sovente per fungere quasi da base per proiezioni future che non sono sbandierate seppure si annidano nell'animo del poeta:
"…la gioventù percorse
calando nell'ombra della sera
i sentieri del suo rapido cammino".
Poi appare la ineluttabilità del destino e dell'esistenza con le sue inesplicabili realtà che il poeta sembra dominare invitando quasi in un ipotetico dialogo interattivo e confidenziale con il lettore:
"Vedi la barba nevosa del tempo
il lampo inesorabile
…il dio che nasce e muore…
d'un tifone mai concluso…"
Per fortuna, però, qualche momento dopo l'autore sembra scrollarsi di dosso il pessimismo per apparire finanche spavaldo nella predizione della certezza che è affidata ad un futuro insistito, maiuscolo, propositivo nel passaggio all'uso della prima persona:
"Infine giungerò…
Correrò lungo le strade perdute…
Salterò…
Sarò…
Verrò…
Nutrirò…"
E subito dopo, ferme restante le speranze - certezze, vere o presunte, l'autore ripropone il futuro con richiamo al tu che sembra quasi confermargli il suo stato di grazia e di positività:
"Berrai dalla mia mano cava…"
Ed è proprio questo stato di sicurezza nuova a far sì che la poesia si ammanti di aria e proponga con forza la suggestione della luce fino a richiamare certi effetti lunari o a riprendere la voce gialla e splendente del sole. In generale essa si arricchisce di colori anche vividi e talora in situazioni di contrasto che non si comprende bene se solo reali o solamente immaginate e supposte ma comunque efficaci fino a spingere i poeta a dichiarare con candore:
"vorrei che la mia voce fosse quella del sole"
E torna insistente e prepotente con gli odori e i profumi dell'infanzia libera, il motivo della campagna nei suoi aspetti più veri ed autentici tanto che verrebbe spontaneo indicare l'autore come una sorta di novello poeta contadino con un richiamo a Rocco Scotellaro e con la riscoperta dei valori di quel mondo ma anche con le suggestioni che promanano dalle immagini che risultano davvero vive, ariose, libere, intense:
"Il grano di giugno è una cattedrale,
una chiesa aperta in un giorno di sole"
E proprio i campi di grano, con le significanze implicite e con i rimandi alla fanciullezza e quindi ai bisogni del sub conscio, spingono l'autore a dipanare la matassa intricata dei ricordi per riproporre immagini chiare e limpide nella descrizione e con la vasta gamma delle sensazioni e delle impressioni che coinvolge tutti i sensi in una partecipazione totale o totalizzante:
"capitomboli solari nei freschi covoni
fragranza di gregne e terra profanata,
le formiche corrono…
ogni spiga è ovale forziere dischiuso".
Appare evidente qui che il poeta vede con gli occhi del contadino, quello di un tempo, sicché la sua anima ne esce appagata e serena tanto da fargli scrivere, altrove, con consapevolezza:
"Frigge il grano come olio trasparente,
aromatica delizia di farfalla sensuale,
il grano è l'utero fertile del pane".
Poi il poeta spazia e i temi si snodano sicuri e silenziosi nella loro forza d'urto e nella tensione che li accompagna con ritorni inevitabili e fughe in avanti sempre controllate perché l'autore è vigile anche quando il verso sembra farsi tagliente e raggiunge punte elevate di poesia.
Ora sono alberi, ora si tratta di notti, coi giuochi delle luci e delle ombre, ora sono migrazioni e treni che tornano, ora sono fiori nelle loro trasfigurazioni,ora è il tempo.
In ogni caso l'autore mantiene, nel suo percorso che via via si va facendo chiaro e determinato, una sua linea di originalità, anche se a tratti non è difficile scorgere sintonie montaliane ed ungarettiane e in genere un richiamo al ricco e diversificato Novecento italiano.
E vale la pena chiudere ancora con la voce del poeta:
"Il vento è la cornice scarna
del suo destino. Giunge imperioso
dalle solite montagne e istiga
nembi di piombo a coprire
d'isteriche folate le vergogne
della terra invernale, la nudità
della morte, il gelo.
Sarebbe volentieri un foglio
di carta straccia abbandonato al vento
per correre nell'aria senza fiato
e cantare di gioia senza voce…"
Canio Orlando
Lavorai la terra
ed essa volle insegnarmi
i dogmi del silenzio;
ma quando venne il tempo,
non ero che un ragazzo,
lasciai la zappa ai miei fratelli
e corsi nelle valli
dove la morte ti chiama per nome.
In lunghe notti di piantone
pregai il Dio che mi mise al mondo
che mi tenesse in vita,
perché potessi esser pronto quando
i giorni fossero ripresi a passare
e il tempo a scorrere come sempre,
come dal principio dell’uomo.
E ripensavo ai momenti perduti,
scavavo nella memoria per trovare
i baci che non diedi
per timore o per vergogna,
i sorrisi che non concessi,
le lacrime che non volli asciugare:
e ne provai rimorso poiché
sentivo che l’alba
mi si era consumata sotto i piedi
e nell’ombra attendeva
già prossimo il crepuscolo.
Non tornai più.
Nel mio cuore spensero i sogni
per piantarvi cupi fiori di piombo.
E mentre cadevo contro il muro immaginai
i volti dei figli che avrei voluto,
e mi gettarono in una fossa
e anch’io, come una radice,
divenni di terra.
Acerenza
Lasciai il cuore
ai piedi dei bastioni
spuntati dalla roccia come denti,
mani di pietra protese
verso le viscere del cielo.
La vecchia sentinella
corruga la fronte mentre scruta
le piane distese verso l’Adriatico:
e pare un rapace antico
intento a discorrere coi morti
che spirano nel vento disperato.
Ah, quanti passi perduti
in groppa alla corrente,
sul dorso dei meriggi,
ebbro di folate,
come su vascelli popolati
da neri equipaggi di corvi.
Acerenza mormora al silenzio,
batte i piedi per staccarsi
dalle catene della terra
affinché l’ala possa librarsi
nello spazio siderale,
sin dove i pianeti sono
maturi campi di frumento
per farine immortali.
E sotto la cappa vescovile,
nel cuore profondo
ove scorrono
i torrenti delle anime
pulsa un orizzonte nebuloso
che pur sempre
fa i conti con la terra.
Voci
Quando il vento mi parla
dalle sue tane ebbre di polvere
vuol dire che il mio corpo
si stacca dallo spirito:
quando punto gli occhi nella notte
come due fiammelle indistinte
e invoco il vento come un prelato
oscuro, un monaco tumultuoso,
significa che la sera non basta,
non è sufficiente la tenebra
ad affondare il pugnale nelle carni
edificate con inchiostro di carbone.
Spesso le notti lasciano l’orma
sul collo, un sigillo irrequieto,
apro gli occhi e mi sento
l’aroma di selva sulla pelle,
un turbine di braccia che mi lascia
senza fiato: chi sono io
per aver creduto al buio
come al celeste conciliabolo
ove la luna scopre il seno mancante?
Talvolta mi scopro addosso un richiamo
di cornici affrante, il grido inconsolato
di bastimenti in rade sotterranee:
ascolto sordo la profezia luminosa
che mi attende alla fonte del giorno.
Talvolta mi succede di cantare a notte,
un canto per un volto sconosciuto
che il vento mi ha condotto;
canto per il guscio fiammante delle stelle,
per la calma solitudine
ed i metalli sottomarini
che porto dentro al petto
e che mi sussurrano
un nome di tempesta.
Carmine Donatelli “Crocco”
Giuro sul mio onore
che mai avrei voluto
morire di vecchiaia.
Per me presentivo
una fine da trincea,
la lama beffarda del soldato
senza alcuna estrema unzione
a sorprendermi nel letto.
La morte del brigante,
questo meritavo:
ma Dio non ha voluto,
mi ha preso a tradimento.
Sollevai il mio popolo
come un garrulo stendardo
contro la frusta dei padroni:
ammazzai il nemico
perché soltanto con quel sangue
potevo dissetare i miei fratelli.
Sono nato contadino,
la miseria mi chiama per nome.
Mio padre mi fece uomo libero
e così volevo vivere:
finii per essere braccato
come la volpe che fugge dai cani,
alla macchia nel bosco di San Giuliano
con la spada a farmi da bastone.
La camicia scarlatta
non rimase a lungo sul mio petto:
continuai a cercare la selva
giacché le guerre non finiscono
con l’inchiostro dell’armistizio.
Ma sono morto vecchio:
con la barba ben rasata,
come un innocuo banchiere,
e mi domando chi davvero
abbia vinto la partita.