Saverio Saluzzi
Da Acerenza wiki.
Saverio Saluzzi è nato ad Acerenza il 14/5/1931, ove ha vissuto la sua infanzia e la giovinezza. Vive a Modica, in Sicilia, dove ha insegnato lettere italiane e latine nel Liceo Scientifico. Attualmente è in pensione.
La sua poesia è un'espressione immediata di una mente, di un cuore, di un animo che ben convivono nel loro habitat culturale, emotivo, poetico e personale. E' un originale ricercatore del significato della vita. La sua poesia emana desiderio di essere, capacità di partecipazione ad ogni moto naturale ed umano. Uno dei temi preferiti è l'amore, espresso in termini di efficacia creativa. E' l'amore per la vita, per la poesia, per l'umano ed il soprannaturale, per la bellezza e per la natura, per la gioia ed il dolore, che creano nell'animo le condizioni per vivere intensamente, per essere attori di sè e del mondo circostante. Il linguaggio a volte di immediata comprensione, a volte ermetico, costringe il lettore comunque a volerne interpretare i sentimenti per sentirsi in armonia.
LA MIA VITA
Il poeta paragona la sua vita ad una foglia d'autunno, che ingiallisce dopo aver donato ombra, bellezza e servigi per una lunga estate. La descrive come colpita da nostalgia, docile al raggio del sole meno luminoso, debole a sostenere il soffio del vento triste della sera.
Ora lo so che la mia vita
è come una foglia
che muore generosa sull'albero
ferita da nostalgia
mite al sole
che più non sfavilla
pallida al gioco del vento
che soffia come un rimorso
nel giorno che schiuma.
NATALE
E' una pagina scritta da una persona che ha vissuto con consapevolezza la propria vita e si ritrova bambino, capace di speranza, dinanzi al Natale. E' un uomo di oggi, appartiene a questo tempo di indifferenza, di progresso verso la morte; egli porta con sè angosce senza certezze, la stanchezza del suo vagabondare, la sua musa senza parole. Egli offre al Bambino la sua solitudine, avvertita come conseguenza d'amore non dato, eppure è consapevole che ciò che lo isola è la presunzione, ciò che lo rende vivo è sentirsi partecipe della sofferenza del fratello. Con umiltà depone il suo passato di tristezza, vuoto di momenti di autentico amore, dinanzi al presepe, segno del mistero che avvalora la vita. Il poeta torna col pensiero alla sua fanciullezza, risente la gioia semplice di allora vincere l'incredulità. Magia del Natale! Tornano le speranze ed il sorriso.
Nell'indifferenza dei giorni
che parlano di morte,
Signore,
eccomi a Te con le mie ansie sbalordite
con la misura
del mio destino,
povero vagabondo
con la mia cetra senza corde.
Il mio esilio
che espia carezze non offerte
o lacrime non versate,
sia per Te Signore,
pegno della mia smania di ritrovarTi.
Ciò che mi perde
è la fragilità delle mie assunzioni,
ciò che mi entusiasma
è soffrire con il fratello
insulti alla povertà.
La mia bisaccia
è vuota di vittorie
e colma di amarezze,
ed è quella che depongo
nel Tuo Presepe
segno di questa mia vicenda umana
che in Te ha la sua vertigine.
Nella mia fanciullezza oltraggiata
m'illudevo di meraviglie
e il canto delle zampogne
mi diceva di umili felicità.
Ora, increduli i miei giorni timorosi!
Ma finché torna il Natale
la schiavitù è sconfitta
e si ritorna sicuri alla vita.
Dalla Tua Stalla, Signore,
il sorriso che non tramanda.
S'ODE NEL CIELO
In questa poesia l'autore esprime il desiderio di rivivere esperienze infantili che tornano alla memoria con nostalgia. Gli piacerebbe riascoltare le voci del passato, mentre sulla spiaggia vede il sole tramontare tuffandosi tra le onde del mare. Sente che è sparita dal suo cuore l'ingenuità di quando, bambino, credeva nelle fate. Nel limpido cielo azzurro, oggi con tenerezza avverte il battito d'ali, il canto felice degli uccelli, la brezza leggera, l'allontanarsi di uno stormo di rondini, il pianto di un bimbo che presto è sommerso dal fruscio delle foglie, mentre nel suo animo si acquietano i ricordi.
Vecchie parole
il mio cuore vorrebbe ascoltare
mentre s'infrange nel mare
l'ultimo sole del giorno.
Non fanno ritorno
le fate
partite per altre contrade
lontane nel mondo fiorito
dei sogni, dell'infanzia beata
per sempre passata.
S'ode nel cielo infinito
un frullo d'ali selvagge,
un cinguettio di festa,
un alito appena di vento,
e sento
un lontanar di rondini,
un pianto di bimbo, che resta
impigliato a un singulto di foglie,
un canto che lento muore
nel mio cuore.
VIVERE E' AMARE
Il poeta ci invita a liberare la tortora che è in ognuno di noi: il nostro cuore. La tortora vive volando libera nel cielo, nella luce del giorno, nel vento leggero d'aprile e canta la voce del mare, che ha sentito nella lunga migrazione per ritornare qui a primavera. Anche noi ci sentiremo liberi ascoltandola, ed impareremo che vivere è segno d'amore, che la gioia respinge la tristezza.
Lascia che la tortora
si perda nell'azzurro
nel sole, nella speranza,
nel vento così lieve d'aprile,
e mormori canzoni di mare
alla primavera che adorna
i giorni.
Più libero ti sentirai nell'animo
al trillio che canta la vita,
e tu pure imparerai che vivere
è amare
e la luce non è tenebra.
NEL SEGRETO DELLA PIETRA
In questa seconda parte della poesia, l'autore individua sulle pietre del suo paese l'orma di una umanità consumata nei secoli. Come muto archivio esse ci rendono testimonianza delle passioni politiche, religiose che le hanno trasformate in templi, case, strade; le guerre, le distruzioni che le hanno viste rotolare e disgregarsi. Alla permanenza muta della pietra, l'autore contrappone la brevità delle diverse tesi filosofiche, che l'uomo vive come as- solute, le angosce, le speranze delle fedi che si alternano, le sofferenze che se pur diverse sono sempre presenti.
C'è nel segreto della pietra
una costante testimonianza di passione,
che ci racconta l'inesauribile
trepidazione dei secoli,
le trascurabili filosofie
le ansie dei miti dimoranti,
le sofferenze.
COME NAUFRAGHI
Essere consapevoli di appartenere alla propria Terra, è sentirsi responsabili di essa. Questo inquieta la coscienza, specialmente quando la propria gente fatica a definirsi, a crescere, per difficoltà storiche ed ambientali.
La mia Terra
è frase
che inquieta la mia coscienza
e la mia gente
non riesce a ritrovarsi
nell'incertezza d'una condizione di pena.
A MIA MADRE
Il poeta legge negli occhi della madre l'intenso amore che li animava quando egli era bambino; quello sguardo riesce a infondergli sicurezza ed affetto.
Porti negli occhi tuoi
la mia fanciullezza,
Madre,
perché duri in me la certezza
di sentirmi protetto.
LA BELLA STAGIONE
La piacevole sensazione di accorgersi che l'inverno è finito, ascoltare il gorgheggio di una passera ferma su un ramo in fiore, invitano a scacciare dal cuore il grigiore invernale. La malinconia si trasformi in sorriso, ora che la primavera fa rifiorire tutta la natura.
Il Su, allegro ", dice il cuore,
" a che malinconia tanta?
Non senti la passera che canta
sul ramoscello in fiore?
E dunque in un sorriso muta
il broncio, caccialo via allora,
or che lei è già venuta
la bella stagione che tutto infiora".
FEBBRAIO
Febbraio, ancora coperto dal manto invernale, nel vento che anima la natura assopita, appare incerto e dispettoso. Il risveglio è imminente, anche se il cielo è coperto e tutto sembra immutato.
Febbraio col tuo mantello
di gelo
leggero al vento
sembri un monello dispettoso.
Ma pur se lento
il risveglio dei prati
e nero è il cielo
verrà primavera.
NOTTE
Quando giunge la notte, si chiudono le porte di casa. Un bimbo chiede alla mamma da dove provenga quel suono lontano che gli fa paura. Ella lo rassicura, quel suono è il canto del mare portato dal vento. Il bimbo si sente piccolo, solo nella notte. Al calore della fiamma del camino, la mamma gli tiene compagnia raccontando storie, e mentre egli si addormenta, ella prega il suo Dio affinché protegga il suo bambino.
Discende la notte
si chiudono le porte.
" O mamma non senti?
un suono lontano..."
"E' il soffio dei venti
è il canto del mare".
" O mamma, ho paura,
la notte è oscura!"
Scintilla il camino,
la madre racconta
s'addorme il piccino;
invoca la madre:
Il Proteggi, mio Dio,
il bambino mio."
SUL GOLGOTA
Il poeta coglie l'ultimo atto della crocifissione, quando Gesù, stremato, ci dona un ultimo sguardo d'infinito amore e perdono. La natura intorno partecipa al consumarsi di un mistero, mentre angeli scendono a sublimare l'ultimo respiro Ai piedi della croce la madre, Maria piange suo figlio.
Moriva, e i suoi occhi
respiravano amore
nello strazio dell'agonia.
Tutta fremeva la terra
percorsa dal Mistero,
mentre dal cielo
un coro d'Angeli scendeva
a raccogliere l'ultimo sospiro.
Ai piedi della Croce
piangeva Maria.
ORA ASPETTO L'ULTIMA ANGOSCIA
Un canto proveniente dalla casa accanto, che si ripete nelle notti della stagione fredda e piovosa, riporta il cuore stanco del poeta a risentirsi partecipe dell'infanzia che si ripropone in eterno. Ricorda con tenerezza sensazioni del mattino della sua vita, quando adolescente desiderava diventare presto grande per vivere le illusioni, quando provava stupore per i colori cangianti della natura, l'animo era pieno di speranze e sogni grandiosi entusia- smavano il suo cuore. Ma la coscienza dell'oggi riaffiora e il poeta si ritrova a vaga- bondare fra ricordi e ansie, nel tramonto di un giorno di vento, nel freddo che punge, nel disincanto del cuore. Ora resta l'ultima certezza: il richiamo della nostra condizione umana che ci porta a non poter sperare sempre in un domani perché ci attende la morte.
Librarsi d'un canto
a notte
dalla casa accanto
al freddo, alla piova,
cui s'affligge l'antico mio cuore
come un eterno ritmo di fanciullezza.
o amore cui affidavo
ogni speme in quel lontano
mattino della mia vita
quando m'era dolce l'affrettarsi del tempo,
noioso ogni indugio,
e i colori della terra
erano richiami e promesse
che l'anima sommessa
recitava al cuore.
Errante fra l'ombre
che ingombrano l'ultimo cammino
nel vespro che ulula
nel freddo che strazia
nella speranza che vacilla disfatta,
ora aspetto l'ultima angoscia,
la voce del destino
che chiami
al giorno senza domani.
UN'AMICIZIA FRATERNA
Il poeta ricorda ad un caro amico il tempo in cui nacque la loro amicizia, era il momento più bello della vita, la giovinezza, paragonata ad una primavera ricca di promesse e di futuro. Era appena finita la guerra che li aveva visti coinvolti in esperienze di angoscia, ansie, inquietudini più grandi di loro, che avevano impoverito e disincantato la loro infanzia. In un clima di incertezze, di ricerca dell'essenziale per la sopravvivenza, era stato difficile comunicare con i grandi, parlare delle scoperte, delle intuizioni, dei progetti, che emergevano nei loro cuori. I ricordi di scuola sono più chiari e colgono le differenti inclinazioni; l'amico più dedito allo studio, il poeta già in lotta con una sensibilità che lo rendeva vulnerabile e a volte distratto. Da grandi ognuno ha seguito la propria strada, e si sono incamminati verso mete diverse nella speranza di realizzare piena- mente se stessi. E la loro amicizia? Per l'autore essa è viva anche se teme che per il suo amico essa sia svanita, come ogni esperienza umana che si esaurisce se non è alimentata.
Era l'età nostra più gaia
la primavera ormai lontana dei sogni.
Si correva, la giovinezza festante,
verso un futuro suggestivo
noi che ci lasciavamo indietro
spazi di straziate esperienze,
tormentose inquietudini,
un'infanzia di
inganni, spoglia, devastata, immiserita.
Quante intense domande
nelle nostre quotidiane invenzioni;
quante risposte ansiose, inappaganti, incerte
nella difficile comunicatività
con una realtà dichiaratamente avversa.
E la scuola ci emancipava
fra una declinazione greca o latina,
tu caparbio nella volontà di realizzarti,
io svagato dietro a sogni effimeri
nelle alternate variabilità
dei miei sentimentalismi.
Poi il tempo ci ha battezzati
nella diversità dei nostri interessi.
Altre vie abbiamo percorso
ognuno illustrando le figure
delle proprie più segrete aspirazioni.
E forse ( certamente non in me )
quell'amicizia fraterna di una volta
è morta
come ogni cosa umana
che dura fin quando
si ha interesse a farla durare!
Tu, ora, sei personaggio importante
nella cerchia delle tue mansioni;
io scarabocchio versi
nella scarnificante indagine
delle mie giornate.
A MIA MADRE
E' una poesia triste che un figlio, il poeta, scrive per la madre che sente lontana. E' penoso per lui sentirsi adulto, privo del fresco sentimento filiale, lontano da un rapporto che gli ha dato molto, ma che sembra dileguato nel tempo e nello spazio. Questa consapevolezza strazia il cuore, il ricordo di momenti non vissuti, di antichi sotterfugi, di un dialogo poco profondo, rendono l'animo dell'autore insoddisfatto. Oggi l'autore vorrebbe risentirsi in armonia, chiedere fiducioso alla madre tanti perché della vita. Considera l'andare lontano dal proprio nido natio una conquista di spazi, un'opportunità per nuove esperienze; il rimanere è, invece, vivere una sfida contro le ombre e i limiti del proprio ambiente, perseguendo nuovi ideali, è come un giorno che inizia nuvoloso, ma spera che presto esca il sole.
E il morso soltanto
sembra di lacerare il cuore.
Madre,
vacillante pagherò
vecchie bugie.
Parole come vento
lasceranno
labili momenti.
Lo vedrai pietoso questo figlio
rubarti domande.
Andarmene sarà esagerazione
di spazi.
Ma rimanere è come un mattino
di nuvole
incaponito di sole.
GIUGNO
Il mese di giugno svela i primi momenti della natura che esploderà nell'estate. Come sorrisi e promesse sono vissuti lo sbocciare delle rose, il colorirsi dei frutti del pesco, le notti chiari di luna, la dolce brezza che fa ondeggiare il grano ormai alto, l'attesa del cuore del poeta che si sente partecipe di tanta speranza.
Giugno, nascondi un sorriso
in ogni dove:
nella rosa sbocciata di fresco,
nel pesco
che s'indora,
nelle lunghe notti di luna, ,
nei campi di frumento
che un leggero vento
ondeggia,
nel mio cuore
che cullato dalla bella stagione
dolcemente vaneggia.
PRIMAVERA INDECISA
Nel cielo, stanco di reggere le disgregate nuvole invernali, un raggio di sole illumina la brezza primaverile che ondeggia incerta sull'erba tenera dei prati.
Sorpresa di sole
fra macerie
di noi.
Primavera indecisa
galleggia sui prati.
SETTEMBRE
L'ultimo storno di rondini vola pieno do gioia nel cielo, saluta l'ambiente estivo e va. Il cielo di settembre, pregno di pioggia è inizio del tempo di freddo e malinconia per chi rimane.
Settembre, l'ultimo volo di rondini
si rincorre a festa,
e il cielo piovorno sol resta
alla nostra malinconia.
NOVEMBRE
Il poeta descrive con immagini molto puntuali, momenti di questo mese autunnale e in esso riflette se stesso. Le strade ancora impregnate del gelo notturno, assopite nel ripo- so della natura, sono sfiorate dalla tenue luce di un sole stanco. Gli è di conforto il sentirsi partecipe dell'apparente inattività autunnale che porta con sè il vissuto estivi, il ricordo dei morti, la speranza che i semi nascosti germoglieranno.
Strade giacciate
di sole
lambite di pallida luce
strade assonnate di Novembre,
a voi la mia vita assomiglio
e il mio cuore.
E in questa
che mi resta
volontà di vivere m'è di conforto il tuo squallore
Novembre dei morti!
AUTUNNALE
La pioggia di ottobre, mese autunnale, bagna la terra abbondantemente, preparandola a vivere il mistero di essere contemporaneamente fine e principio di un ciclo vitale.
Piange ottobre
lacrime d'autunno
convulsamente
sulla terra
percorsa da un mistero
d'assopimento.
QUASI PRIMAVERA
E' quasi primavera! Il sole tiepido inizia a prevalere in un cielo ancora pieno di nuvole di fumo invernale, le cime dei monti innevati hanno riflessi particolari. Il cielo si anima di voli e canti: la rondine tornata è intenta a costruire il suo nido; una passerotta implume cinguetta su un tetto che evapora al primo sole.
Torna a brillare il sole tepente
fugando la caligine brumale
e il monte nivale
ha i riflessi iridescenti.
Quasi primavera.
La rondine felice
prepara l'argilla,
e la passera un batuffolo
cinguetta
sull'embrice vaporoso
ALBA
E' una breve poesia che coglie ed esprime con rapidità. l'at- timo in cui sorge il sole. Il primo raggio di sole illumina il mondo con meraviglia, stupi- to, forse di scoprirlo cosi grande, cosi bello.
S'affaccia stupito
sul mondo infinito
il primo chiarore.
Poi un raggio di sole.
IL CAMMINO
E' una poesia molto bella, scritto in uno stile particolare. Sembra che l'autore parli solo per sè e questo la rende ermetica. L'autore si sente il viandante della vita. Sente di non aver colto ancora il senso dell'esistenza, ma molta strada resta da percorrere. Il suo passo stanco si muove in spazi di rigogliose esperienze, ma gli manca il modo di raccoglierle per sè. Il suo passaggio lascia fasci di illusioni. Sopraggiunge la sera, il viandante avverte la fine del proprio andare mentre tristemente sente sopraggiungere la malinconia.
La bisaccia è vuota
e la strada ancora lunga.
La messe rigogliosa
che il piede calpesta stanco
si prostra svenata
e mi manca la falce
per farne covoni.
Mannelli d'aria ammonticchiati
ai margini del mio cammino.
E vien la sera,
e il giorno si consuma
in una tabe spietata,
e fioccano l'ombre
malinconie velate.
TERREMOTO DEL " 23/11/1980 "
Nella prima parte della poesia l'autore descrive l'agghiacciante realtà che il terremoto ha creato. Vede la morte mietere vittime innocenti, l'agonia straziante dei feriti ancora non recuperati, la disperazione dei superstiti. Con solidarietà fraterna partecipa al loro dramma, pregando Iddio di dare riposo ai morti, speranza e rassegnazione ai vivi. Nella seconda parte con poesia e delicatezza descrive la rottura di un incanto. La quotidianità che spesso è vissuta come insignificante, ci appare nei suoi aspetti più intimi ed esaltanti. E' una sera come tante, sono circa le 19,30, l'ora in cui si torna tutti in paese, dopo il lavoro. La gente finalmente può dedicarsi al riposo, alla preghiera comunitaria, alla compagnia nella piazza, nei vicoli, nei bar. Sotto il solito cielo, si svolgevano le azioni di sempre, i greggi riposavano negli ovili, le ragazze aiutavano a preparare la cena per la famiglia, mentre i giovani passeggiando nelle strade del paese parlavano dei loro sentimenti e del futuro che il terremoto ha loro rubato. Ad un tratto tutto ciò che sembrava normale è venuto a mancare, il terremoto violento, distruttivo ha trasformato un centro di vita in un cimitero. Il poeta si sente parte di tanta tragedia, angosciato di non poter essere di nessuno aiuto.
La mia Terra ha tremato
e i morti non si contano più,
sono a migliaia;
incupiscono le ore al pari
dell'animo pieno di orrori
e il giorno è un esaurirsi
della vita
e ombre agghiacciate fra le macerie
nella disperazione di un'agonia
lenta.
Per essi, per i morti e per i vivi
trepida il mio cuore
e sono con loro, col dramma
che essi vivono,
con la solidarietà
che ci accomuna fratelli;
sono con la mia disperazione
nella loro disperazione,
di quelli che ancora possono disperare,
perché per gli altri
invoco la pace di Dio.
Ma sono questi che mi danno ~
più angoscia:
bimbi, vecchi,
madri che più non cullano,
padri che più non portano il pane
che sfama.
La mia Terra s'è lacerata
in un'ora della sera
più soave, quella che chiama alla preghiera,
al desco, alla serenità guadagnata
con le fatiche del giorno;
e sembrava una sera come le altre
e il cielo aveva le stelle di sempre
e gli armenti riposavano
e le fanciulle erano indaffarate
nei lavori di casa
e i giovani nei vicoli
colloquiavano d'amore e costruivano
il domani
che la morte ha distrutto.